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Violenza senza confini geografici né anagrafici

24 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

La violenza sulle donne purtroppo non prevede confini, né geografici né anagrafici: in ogni luogo del mondo, uomini di ogni età compiono atti violenti contro le donne. Perché? Ma la prima domanda che mi faccio è: quand’è che le donne hanno cominciato a camminare due passi dietro all’uomo? Gli antropologi ci hanno spiegato che i primi esseri umani non collegavano le nascite al rapporto fisico. Allora quando i maschi ci vedevano gonfiarci e poi fare uscire dal nostro corpo un altro essere vivente, avrebbero dovuto venerarci come dee, oppure temerci come streghe.. perché siamo diventate serve? Certo, all’inizio la forza fisica era il primo requisito per il potere, ma anche quando i muscoli sono diventati meno importanti, i passi delle donne sono rimasti lenti e faticosi. Sì, la Chiesa ci ha concesso l’anima e i governi il voto, ma noi volevamo semplicemente essere cittadine con gli stessi diritti dei cittadini, non solo mogli piene di doveri. Ma ho l’impressione che qualsiasi spiegazione si enunci, comunque una più o meno velata responsabilità della donna affiorerà sempre. D’altra parte, c’è tutta una religione che si poggia pesantemente sulle spalle di una donna affamata e curiosa.. siamo così piccoli quando sentiamo parlare di Eva, della mela, del serpente attorcigliato all'albero.. e se ti entra in testa a tre anni non è facile dimenticare per colpa di chi abbiamo perso il Paradiso. Poi cresciamo, ma senza che nessuno ci dica chiaramente che quella era una metafora per spiegare il senso del peccato. Anche se credo che si sarebbe potuto trovare di meglio, senza dare fin dall’inizio colpa di tutto a una donna... lei osò disobbedire e noi tutte ne paghiamo ancora le conseguenze. "Dio l’ha punita, perché dovremmo accettare noi altre disobbedienze?" sembrano urlare certe cronache che riportano ammissioni di colpa quasi orgogliose. La cultura ne uccide più della natura.. oltre a un’automatica reazione annidata nella parte più antica del nostro cervello, in quel rettiliano che ci condiziona ‘a nostra insaputa’ come direbbe qualcuno. Fatto sta che quando entriamo in questo territorio, alcune sensibilità reagiscono automaticamente, si può dire ancestralmente. C’era questo ‘automatismo’ nelle mani dell’uomo che ha ucciso la moglie e i due piccolissimi figli in una linda villetta della civile Lombardia? Forse, ma credo piuttosto che in questa tragedia della crudeltà vi sia un ulteriore elemento che arma la violenza contro il genere femminile: non solo il classico possesso inteso come orgoglio, quello che fa uccidere per un rifiuto, ma il possesso ‘oggettivato’, la depersonalizzazione della donna declassata a oggetto. In questo caso un oggetto ingombrante. Per quel marito più giovane e più in forma, sua moglie e i suoi figli che non erano una donna e dei bambini, ma solo ancore che andavano disincagliate se voleva tornare a veleggiare. In fondo, basta un coltello per tagliare la cima o per sgozzare la moglie e i bambini, non più una famiglia ma solo zavorra. Senza arrivare all’acme di crudeltà di questo caso, purtroppo per alcuni uomini siamo oggetti, prima del desiderio, poi da eliminare. La recentissima legge che permette separazioni consenzienti in sei mesi andrebbe sostenuta, divulgata, spalmata su una popolazione di donne a rischio: se vedete che le cose si mettono male, proponetela voi! Forse dovrete ingoiare l’orgoglio, perderete qualche privilegio, ma guadagnerete la tranquillità, in certi casi persino la vita. Non c’è prezzo. Per quanto riguarda gli uomini, torno all’educazione, al fattore culturale. Conosciamo e abbiamo individuato i modelli negativi, la televisione, la moda, i social network.. se ne disquisisce spesso e con toni accesi, ed è tutto giusto, anche i toni accesi. Ma non sento  grida di dolore sul fronte dell’educazione primaria, quella delle madri e dei padri fra le mura domestiche, i comportamenti, le parole, persino le barzellette.. in un’età in cui il nostro cervello è come creta, e se poggi un dito lasci l’impronta per sempre, i primissimi imput sono difficili da smontare, non è innocuo nulla, neppure quel ‘femminuccia’ dato come dispregiativo. Ma sulle colpe educative della famiglia si tende a minimizzare, a sorvolare.. che sarà mai, sembra di leggere negli occhi, una battuta come ‘chissà quante fidanzatine avrai da grande’ o peggio ‘tu sei il maschio di casa, fatti sentire’? Tanto sono bambini, che possono capire.. Tutto. Nel senso che tutto rimane, ogni parola, ogni stimolo, ogni riflesso emotivo fa un nido perenne che a diversi livelli condizionerà per sempre i nostri comportamenti. Può sembrare un discorso da un lato troppo severo dall’altro troppo semplice, ma se ai fondamentalisti l’unico alibi che si può dare è il pensiero unico che li ha condizionati fin dalla nascita, dobbiamo dare più peso alla formazione dei pensieri dei nostri figli, dare attenzione a quello che arriva ai loro occhi dai vari video ma anche dai nostri atteggiamenti domestici, abbandonare superficialità, ignoranza e pigrizia educativa, che possono fornire strumenti di violenza più di ogni cattiva compagnia. Da piccoli siamo vasi vuoti, è a seconda di come ci riempiono che diventiamo fioriere o bidoni della spazzatura. Ma dato che sono le madri le prime 'giardiniere'.. è sempre colpa delle donne!

 

 

 

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Almeno non chiamiamolo Inno di Mameli

15 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

ECCO PERCHE' : ANALISI E PROPOSTA

Durante i Mondiali del ’98, i titoli dei giornali dettero molto spazio allo ‘scandalo’ dei nostri calciatori che rimanevano a labbra serrate o confuse durante l’esecuzione del nostro Inno, considerando però l’attenuante del testo, difficile non solo nella memorizzazione, ma anche nella comprensibilità dei termini e persino dei suoi significati. In quell’occasione il nostro ex presidente Ciampi così si espresse: “Il nostro Inno è una marcetta, ma ormai quando sentiamo le prime note e soprattutto le prime parole, Fratelli d’Italia,  il nostro spirito nazionale si alza automaticamente in piedi pronto a cantare con la mano sul cuore”. Furono esattamente queste le frasi che mi fecero scaturire l’idea, semplice e al tempo stesso sorprendente anche per chi l’ha pensata: e se si modificasse il testo? Mantenendo la musica e le prime irrinunciabili parole ‘Fratelli d’Italia’, si potrebbero cambiare le altre. Senza arrivare ai versi che non si pronunciano mai “il ‘sangue polacco bevè col cosacco” oppure “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, il testo del  nostro Inno non ha un solo verso che possa trasmettere un’aggregante emozione nazionale. Al contrario se pensiamo a quel “schiava di Roma” che, pur se si è (forse) capito che si riferisce alla vittoria, è sempre e ovunque, per chi più per chi meno, irritante. E non ci si può certo entusiasmare dichiarando ripetutamente “siam pronti alla morte siam pronti alla morte” o cantando la seconda strofa che la musica prevede: “noi siamo da secoli calpesti e derisi”.. Forse per questo, da quando è ‘tornato di moda’ cantarlo, ripetiamo solo la prima strofa per due volte? Con queste parole è più facile deprimersi che entusiasmarsi. Credo che da un Inno ci si debba aspettare altro. Non sarebbe difficile adeguarlo. In altre nazioni l’hanno fatto, Belgio e Polonia fra gli altri, ma l’esempio più forte ci viene dalla Russia, dove, nel momento dello smantellamento di tutti i simboli riconducibili al passato comunista, si era sostituito l’Inno tradizionale con uno nuovo di zecca, per nulla accettato dal popolo. Il governo decise allora di tornare a quello tradizionale, ma lasciando solo la musica e cambiando le parole, versione subito approvata e che tuttora rappresenta la nazione. Si potrebbe intervenire allo stesso modo in Italia, sempre rispettando gli alti concetti e la grande storia che hanno portato all’indipendenza il nostro Paese. Come suggeriva Ciampi, cambierei tutto ma non quel perfetto ‘Fratelli d’Italia’ che così positivamente ci identifica, le sole parole del testo belle e giuste, le uniche che possano stimolare il senso di appartenenza che un Inno richiede. Ma nel nostro Paese qualsiasi proposta alternativa ha trovato solo silenzio, fastidio e tanta ironia. Eppure c’è molto da dire, a iniziare dal titolo: quanti lo conoscono? Da tutti, e in ogni sede, viene chiamato Inno di Mameli. Se chiedi il vero titolo la prima reazione è di stupore, poi si azzarda ‘Fratelli d’Italia’. Alla notizia che neppure questo è giusto, arriva solo un attonito silenzio. “Il Canto degli italiani” di Novaro – Mameli,  ecco il titolo esatto e sconosciuto. Fra l’altro mi chiedo: perché lo chiamiamo Inno di Mameli e non di Novaro? Sarebbe come dire l’Aida di Ghislanzoni e non l’Aida di Verdi, il Flauto magico di Shikaneder e non di Mozart! Nella formulazione degli autori si cita sempre il musicista, non il paroliere.

Sembra quasi un ‘accanimento di paternità’, e forse lo è, perché pare che il cosiddetto ‘Inno di Mameli’ non  sia stato scritto da Mameli! Molti indizi portano a considerare altamente probabile che il giovane Goffredo si sia attribuito la paternità di un testo scritto dall’anziano Priore del convento di Càrcare nell’entroterra savonese, dove il ragazzo, ricercato per sommossa dopo un pestaggio con un compagno, si era rifugiato. Quello che è certo, è il racconto che lo stesso Michele Novaro fece anni dopo in occasione di una commemorazione di Mameli: il testo del nostro Inno gli arrivò a Torino proprio da quel convento tramite Ulisse Borzino che era passato a trovare l’amico comune Goffredo, e gli chiedeva di musicarlo. Fra l’altro, il ventiduenne Michele Novaro si emozionò talmente che s’infiammò nel vero senso della parola: cominciò a comporre la musica ma “nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio”. Altri spunti di riflessione sono le lettere che Goffredo spedì in quei mesi dal convento all’amico Canale o alla madre, che documentano uno stile di scrittura povero, molti errori di grammatica e un autoritratto ben poco eroico: “Sono arrivato ‘morto di sogno’ ma io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno, e questo è l'ideale del mio Paradiso, spero che voialtri farete al­trettanto!”  Questo lo stile del ragazzo di 19 anni negli stessi giorni in cui avrebbe scritto il nostro Inno, ben lontano da quello dei versi che conosciamo, in ritmo senario, con i numerosi riferimenti colti di chi ha fatto studi approfonditi su secoli e secoli di storia, tanto che i numerosi rimandi storici arrivano al 1176, quando la Lega dei Comuni sconfigge il Barbarossa! Al contrario Padre Atanasio Canata, il Priore del convento di Càrcare da cui era partito il prezioso foglio, era conosciuto proprio come erudito letterato, prolifico autore di orazioni e versi che richiamano quelli del nostro inno in modo inequivocabile. “La Patria chiamò” conclude una delle sue odi. Così lo analizza un autorevole storico, esperto della nostra storia risorgimentale: “Tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana, lo stesso che si ritrova nell’Inno: “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli / le vie del Signore”. E a noi rivelano che l’autore era un papista, non un rivoluzionario mazziniano”. Inoltre fra le ultime composizioni del Priore ci sono alcuni versi che fanno riflettere: “Meditai robusto un canto / ma venali menestrelli si rapìan dell’arpa il vanto / Sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto / e aspettando nel suo cuore / si rinchiuse il pio cantore” e addirittura in un appunto: “E scrittore sei tu? Ciò non mi quadra, una gazza sei tu, garrula e ladra”. Come non riflettere leggendo queste parole..
Ma se si ripercorre la storia de “Il Canto degli italiani” emergono molte altre cose interessanti e curiose. Per esempio che già pochi mesi dopo la sua prima esecuzione, si pensò di sostituirlo. Mazzini chiese una nuova musica a Giuseppe Verdi, e pensò di affiancargli Mameli per le parole. Ma il testo proposto dal ragazzo Goffredo, dall’aggressivo titolo ‘Il Canto di guerra’, non fu – per usare un eufemismo – molto apprezzato, e fece la stessa fine rovente del foglio sul cembalo di Novaro, finendo, questa volta non accidentalmente, nel fuoco di un camino. E così rimase ‘Il Canto degli Italiani’, destinato a divenire di lì a poco ‘l’Inno di Mameli’ per la morte prematura del ragazzo: ferito accidentalmente dalla baionetta di un commilitone, come egli stesso scrisse alla madre, venne curato male, subì troppo tardi l'amputazione della gamba e morì poco dopo. Attorno a Mameli crebbe la leggenda dell’eroe e del poeta, e nel bene e nel male se ne fece il campione di una realtà che non era la sua. Inno compreso.

Insomma: noi ci teniamo un Inno che non ci piace, difficile da capire e difficile da ricordare, lo chiamiamo invece che con il suo vero titolo Il canto degli italiani, ‘Inno di Mameli’ col nome di un più che probabile falso autore, non della musica, che di regola individua il brano, ma delle famose e fumose parole. Mi sembra che ci sia molto su cui riflettere. Ma nessuno si è mai voluto far carico di un approfondimento sicuramente scomodo e impopolare, come a volte è scomoda e impopolare la verità. Peccato, perché credo che in questo Paese ci sia un gran bisogno e una gran voglia di verità. Forse fare questa ‘rivoluzione’ intorno al nostro Inno stimolerebbe la rinascita di quell’orgoglio nazionale che dà forza e coesione ai popoli nei momenti difficili, e senza invocare né la morte né la ‘coorte’. Da semplice cittadina che non resiste alla passione per le sue idee e per il suo Paese, spero che qualcuno trovi il coraggio di... avere coraggio, e affrontare una  semplice verità: ci sono forti, a volte evidenti probabilità che il nostro Inno nazionale, il cosiddetto ‘Inno di Mameli’, non sia di Mameli. Non si può licenziare senza vaglio e approfondimento un simbolo così importante, che fuori da ogni logica, ma forse non a caso, è rimasto ‘provvisorio’ per un tempo così lungo, Ma ora, in raro accordo trasversale, la politica dichiara “viva soddisfazione per il disegno di legge Mameli”. Ma come si può essere contenti di essere rappresentati da un falso? Almeno fosse un capolavoro.           

grazie per l’attenzione   Enrica Bonaccorti

P.S.

Corredo la proposta di modifica del testo con un’ipotesi che - tengo a precisare - non vuole proporsi come ‘testo alternativo’, ma piuttosto come un esempio, spero perlomeno plausibile, che si possano esprimere gli stessi concetti comprendendo ciò che si dice. Provare a cantarlo per credere. Ma sono certa che in un Paese di poeti, oltre ai navigatori e tutti gli altri, ci siano autori ben più di me all’altezza di un progetto così significativo. Non per passare alla storia ho lanciato questa proposta, ma con la speranza di aprire un dibattito sul cosiddetto ‘Inno di Mameli’. Se è così importante come manifestano i nostri rappresentanti istituzionali, che con occhi lucidi e la mano sul cuore intonano di esser pronti alla morte, spero lo dimostrino non solo nella forma, ma restituendo la dignità e l’attenzione che merita al più forte elemento simbolico che, insieme al tricolore, rappresenta l’Italia. 

 

L’  I  N  N  O      D E G L I      I  T  A  L  I  A  N  I

 

FRATELLI  D’ITALIA

L’ITALIA E’ QUESTA

DAI  MARI   AI  MONTI

ALZIAMO  LA  TESTA

PERCHE’  LA  VITTORIA

E’  GIA’  NELLA  STORIA

CHI  GRANDE  E’  GIA’  STATO

PIU’  GRANDE   SARA’

FRATELLI    SORELLE

ORGOGLIO  D’ITALIA

CONQUISTA  DEI  PADRI

DELLA  NOSTRA  PATRIA

NOI  FIGLI  SAPPIAMO

CHE  E’  GRAZIE  AL  CORAGGIO

DI  LOTTE  LONTANE

L’ITALIA  CHE  C’E’

IL  CUORE  D’ITALIA

E’  SEMPRE  PIU’  FORTE

IN  QUALUNQUE  SORTE

NON  SI  FERMERA’

PORTIAMO  L’ITALIA

OVUNQUE  NOI  SIAMO

E’  TUTTA  DA  AMARE

IDDIO  LA  CREO’

enrica bonaccorti – 1998

 

 

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Nelle mani dei cittadini..

13 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

L’istituto del Referendum mette nelle mani dei cittadini decisioni importanti, un forte cambiamento di rotta, visto che è una manovra abrogativa. Temi di grande peso, su cui il coinvolgimento diretto dei cittadini è vissuto e venduto come una grande conquista della democrazia. Mi era sempre sembrata una considerazione talmente giusta e scontata da essere banale. Ma cinque anni fa mi è capitato per lavoro di approfondire un tema tuttora in primo piano, la gestione del cosiddetto ‘fine-vita’, su cui appunto si è ventilata l’ipotesi di un referendum. Senza entrare nel merito, posso con chiarezza affermare che delle mie convinzioni l’unica rimasta in piedi è quella dell’autodeterminazione, tutto il resto, tutto ciò che pensavo di sapere se pure superficialmente, era sbagliato. Ho capito che non si possono affidare decisioni su un tema così articolato a un Referendum, per sua natura manicheo. Ho capito soprattutto che mettere in mano ai cittadini uno strumento così possente come il Referendum, non è sempre una conquista democratica, ma può diventare strumento ad altrui servizio. Con il nostro voto noi ratifichiamo la nostra opinione, ed è sicuramente democrazia poterla esprimere qualunque essa sia. Ma ce la chiedono senza darci le informazioni corrette, è democrazia malata. Il grande prezioso diritto dei cittadini a esprimersi andrebbe accompagnato dall’altrettanto prezioso diritto ad avere le informazioni giuste, scientificamente corrette, superando ideologie e fedi diverse. Ma se le onde emotive possono creare tsunami intorno ai grandi temi etici, intorno alle persone possono far nascere veri e propri ‘Vitelli d’oro’. Pensando alla madre di tutti i Referendum, l’elezione diretta del Capo dello Stato, ricordo soltanto che ci fu un periodo in cui in America si diceva che, se si fosse candidato, Elvis Presley sarebbe sicuramente diventato Presidente.

 

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