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Stimoli e ugole

30 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Si potrebbe scrivere un saggio sulla società contemporanea con le parole delle canzoni di Jannacci, quelle recenti come quelle di mezzo secolo fa, perché lui ha sempre visto, ha sempre capito, ha sempre raccontato la realtà più invisibile. I suoi protagonisti erano il barbone, il palo della banda, il disoccupato, Vincenzina era davanti alla fabbrica già quarantanni fa.. Cantava gli ultimi, ci costringeva a voltare la testa verso di loro, li illuminava e squarciava l’indifferenza. Chissà se papa Fra conosce le parole delle sue canzoni, ma le amerebbe sicuramente, le ruberebbe per le omelie, le canterebbe forse. Perché Enzo era ateo come un santo che non va in chiesa, un cavallo che rompeva ogni passo, che rideva in faccia al traguardo, che dentro la coppa chissà cosa ci metteva. Il dottor jannacci se ne intendeva di cuore, da Barnard a Little Tony  sapeva usare bisturi e microfono, ma niente miele. Caso mai il fiele che costringe a tirar fuori l’antivirus dell’intelligenza. Senza sofferenza però, sempre con il sorriso più bello del mondo, che lo faceva bello anche quand’era brutto, che accendeva quella pelle d’alabastro. Jannacci ci contagiava, ci divertiva, cantavamo con lui, poi, alla fine della canzone, pensavamo. Perché sotto le nuvole del Messico o fra le gabbie di uno zoo comunale, ci lanciava gli stimoli che danno ritmo al pensiero. E noi abbiamo bisogno di stimoli, non di ugole. Grazie Enzo, e un abbraccio a Paolo, che a un pezzo unico come te ha rubato tutti i cromosomi che poteva, forse più di 23, per quanto i vostri occhi si incontravano sul palco e in casa, nella musica e nella vita. Grazie Enzo, sei stato un regalo.

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un grazie a Gramellini e un impegno

27 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Sono ancora molto ignorante e impacciata nel web.. solo dopo 10 gg dall’apertura del blog, ho trovato il post in cui Massimo Gramellini consiglia di visitarlo!  Certo, lo sapevo, e alcuni di voi me l’hanno scritto, ma soltanto ora ho letto le sue parole, e voglio lasciare qui, insieme all’affetto e alla stima, una pubblica dichiarazione di gratitudine per la sua segnalazione.  Dire che è un onore è poco, e la sua stima mi ripaga di tante ferite. E’ proprio lui che mi ha spinto ad aprire questo blog, ha avuto la sensibilità di capire la mia esigenza di ritrovarvi, ora che dopo sei anni non ho più il programma quotidiano alla radio. Così posso non solo esprimermi, ma  continuare anche ad ascoltare le vostre di opinioni, e già in questi pochi giorni ne ho lette molte e a molte ho risposto.  Ringrazio i tanti che hanno seguito il suggerimento di Gramellini, sperando di non deludere né lui né voi. Ma a parte le opinioni, vorrei in questo blog travasare alcune informazioni che il lavoro, le interviste, gli incontri  professionali, ma anche certi approfondimenti personali, mi hanno portato a conoscere. Non opinioni, informazioni. Forse sorprendenti, di sicuro scomode, come spesso è la verità o anche solo una novità che possa far traballare certezze accantonate.  Siamo un Paese di opinionisti, ma le opinioni non si dovrebbero formare sulle informazioni? Troppo spesso non le abbiamo e troppo spesso non le chiediamo. Così si segue un’onda emotiva, non un nostro ragionamento, si sta da una parte o dall’altra senza avere i dati per deciderlo con la nostra testa. Ma non eravamo un Paese di pensatori? Oggi non si pensa più, si fa il tifo.

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un punto di vista sul perdono

26 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Come tanti, forse quasi tutti, sono felicissima che il cardinale Bergoglio sia stato eletto Papa. Anche se non guardo al cielo, quando guardo Papa Francesco mi sale un sorriso sincero e mi scende dolcezza nel cuore. Ha subito invocato l’incontro con chi segue altre fedi, e si è anche rivolto a chi non ne ha nessuna. Si sente l’etica, non il dogma, e l’etica è condivisibile da tutti, mi auguro. C’è solo una cosa che mi ha lasciato perplessa, peraltro più di una volta sottolineata in questi pochi giorni: il perdono. Con parole chiare e semplici, com’è sua meravigliosa abitudine, Francesco ha detto e ribadito che Dio perdona sempre, non si stanca mai di perdonare, caso mai siamo noi che ci stanchiamo di chiederglielo. Dunque Dio perdona tutto e tutti, basta chiedere. Mi spiace, ma a me sono venuti subito in mente i crocefissi e le Bibbie che si trovano sempre nei rifugi dei mafiosi latitanti, Riina docet. Allora, quando si scioglie un bambino nell’acido e poi si chiede perdono, l’assoluzione è automatica? Per carità, per chi crede, nella sua infinita bontà Dio può tutto, ma io ho sentito il brivido dell’immunità, quello che porta all’impunità.. il timore che le parole insistite del Papa potessero essere prese come un viatico assoluto, il messaggio di un automatico perdono che paradossalmente potrebbe spingere a peccare, tanto poi basta chiedere perdono. Come se dietro le grate del confessionale ci fosse sempre e comunque un salvacondotto che ci aspetta e che ci spetta. Lo stesso discorso, fatto in famiglia, non so se migliorerebbe il comportamento  dei nostri figli. Meraviglioso il concetto del perdono, ma assicurarlo comunque, più che un deterrente, non potrebbe essere un ‘invogliante’?

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che sarà dei marò

23 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Vorrei comunicare alle famiglie dei due marò tutta la mia vicinanza nel momento così tragicamente assurdo, ma purtroppo realmente tragico, che stanno attraversando. Non riesco a trovare parole per l'indignazione, e per il dolore non ce ne sono. Posso solo mandarvi un forte abbraccio.

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ringrazio e spero

22 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

grazie benedetto, perchè il tuo gesto ci ha portato francesco
grazie beppe, perchè le tue gesta ci hanno portato grasso e boldrini
sperando che li lascino al loro posto tutti e tre
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talento e visibilità, Zingaretti e Mammuccari

22 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Dov’è finito il talento in Italia? Certamente non dove pretende di essere. Non è sugli schermi, non è sugli scranni, non è sulle pagine, non è nelle idee né nel modo di comunicarle. Il nostro territorio è stato intriso da tante piogge acide che è invaso dalla gramigna, e bonificarlo è ogni giorno più difficile, perché il tempo porta alla mala erba il suo nutrimento più forte e subdolo: l’abitudine. Poco a poco non ci si accorge più che il talento non c’è. Quando si comincia a ridere per la sua mancanza - e se ti diverti perdoni - non è solo ghiaia che sfugge, è l’inizio della valanga. L’importante è accendere l’attenzione comunque, non dare attenzione alle cose importanti. Ma l’attenzione che non condanna, non genera né la correzione né la rimozione, anzi sottolinea e promuove. Perché? Ma perché è divertente, è l’inciampo che diverte. Credo che divertente sia una delle parole più pericolose di questi ultimi anni, il velo frou-frou che impreziosisce ogni straccio. Divértere, da cui deriva, in latino significa distrarre. Evidentemente la pochezza ci distrae di più della grandezza, che ci affatica, ci annoia, a lungo andare ci irrita persino. La mediocrità invece, nella sua rassicurante identificazione, ci fa sentire a nostro agio, se non piacevolmente superiori. Così la base si allarga, l’indotto si mette in moto, e se una pernacchia fa il picco d’ascolto, la prossima volta ce ne saranno due, se la gaffe del politico raccoglie titoli e uno svarione diventa moda, sarà tutta una gara nel fare battute e svarioni. Per creare attenzione si dice di tutto, tanto poi basta smentire, invocare l’ironia o la provocazione, e gli svarioni farli diventare neologismi. Onore e talento sono stati sostituiti dalla visibilità. Oggi è questa la meta, il traguardo agognato da raggiungere a ogni costo, con determinazione, con spregiudicatezza. Non con il talento. Quello che oggi provoca rispetto è il risultato, e non interessa il percorso per arrivarci, e neppure la sua valutazione intrinseca, perché ormai il risultato coincide con se stesso, a prescindere. Al successo non serve essere, e neppure avere, ma esserci.

P.S. visto che ci siamo, aggiungerei che il termine corretto per indicare una persona di talento è talentoso, non talentuoso, anche se persino il pc vorrebbe correggermelo! Se lo cercate sul dizionario, talentuoso vi rimanda a talentoso, che è la prima forma, poi con la dicitura ‘raro’ nomina anche talentuoso. Comunque a scuola la mia maestra mi avrebbe fatto un segnaccio rosso sulla U, ora mi guardano stupita se non ce la metto! Se non sbaglio, fu Teo Mammuccari un po’ di anni fa a cominciare a ripeterla, continuamente ma scherzosamente mi sembrava, ora la ritrovo in articoli di firma, su bocche importanti.. evidentemente si è seguito più Mammuccari dello Zingaretti. D'altra parte, è più divertente

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La bocca dei lupi

19 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Non è una novità né un’esagerazione che la gran parte di noi non sappia parlare bene la nostra bella lingua, ma sbagliamo non solo le declinazioni, le desinenze, gli accenti e tutta la ‘brutta compagnia’ che ascoltiamo quotidianamente, ma anche i significati che affidiamo a frasi fatte di cui non conosciamo il senso. L’esempio più evidente lo troviamo nel frequentissimo “In bocca al lupo!” a cui si risponde allegramente “Crepi il lupo!”. Ma la natura ci racconta che il lupo, avendo le zampe e non le mani, per trasportare i cuccioli li prende con estrema delicatezza con la bocca, dando loro il massimo della protezione. Dunque essere ‘in bocca al lupo’ è una fortuna, e sarebbe anche giusto come augurio, ma allora perché si risponde augurando al lupo di crepare? Non sarebbe meglio e più coerente cambiare quel crudele Crepi in un Viva? In bocca al lupo! Viva il lupo! Anche perché c’è un altro aspetto insopportabile nell’uso e abuso di questa espressione, ed è lo strazio che si fa dell’italiano quando si premette quel “Ti faccio…” Ma che italiano è: Ti faccio un in bocca al lupo? Ti faccio tanti in bocca al lupo? Ti faccio io una proposta invece: torniamo a farci gli auguri, che è meglio.

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Il fattore "G"

18 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Fattore "G" come Genova, la mia città. Una città lunga, distesa ad arco intorno alla sua "Janua", porta che affaccia sul mare. Una porta stretta. Siamo stretti fra mare e Piemonte, siamo stretti nei vicoli, le vigne hanno lo spazio dei rampicanti, chiamiamo piazze degli slarghi. Viviamo stretti l'uno all'altro ma siamo stretti nell'esternare, stringati nelle parole e nelle spese. Si vive in sottrazione, a Genova l'eleganza è non farsi notare. Si cammina in fila seguendo la corda tesa che attraversa la città da un estremo all'altro, che ci rende sempre pronti allo scatto della critica, raramente all'entusiasmo. Preferiamo criticare che festeggiare, vuoi mettere la soddisfazione.. È famoso l'accordo degli antichi marinai genovesi, che fra le due opzioni, 100 lire e niente commenti oppure 80 e ‘mugugno’ libero, sceglievano massicciamente la seconda. E il mugugno altro non è che potersi lamentare, poter criticare, e per noi non ha prezzo. Forse è l’unica leva che ci fa uscire dalla fila, l’alibi che supera e annulla l’automatica disapprovazione verso chi si mette in mostra. E allora la protesta diviene dirompente, la parola stringata e sommessa si fa urlo e valanga, il mugugno individuale diventa rivendicazione sociale. Difficile far cambiare opinione a un genovese, non si fanno sconti, né in negozio né nell’anima luterana, che al contempo offre garanzie rare nel nostro Paese: affidabilità diffusa, efficienza puntigliosa, serietà. Esclusi i perditempo. Anche perché il tempo è denaro, potrei chiosare con una battuta, ma non è questo. È lo spreco che è insopportabile. Fin da piccoli siamo educati con esempi costanti, anche in famiglie senza grandi problemi o addirittura abbienti, a considerare lo spreco come uno dei peggiori comportamenti, e se si traspone questo a livello nazionale, il mugugno giustamente sale al cielo, dove scolora la B di Bengodi e si staglia la G di Genova. E nu ghe n’è ciù per nisciun..

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I modi e i fatti

15 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

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Quando ho scritto Il Capo e il Popolo, circa 11 mesi fa, m’interrogavo non sul movimento 5 stelle, che ancora non avevo approfondito, ma su di noi, come popolo, come propensione collettiva ad affidarsi appunto al Capopopolo di turno che meglio sappia esprimere la rabbia che attraversa il Paese nei momenti difficili. E questo è un momento molto difficile. Ma forse è  inevitabile, iscritto nel genoma dell’umanità, chi non vorrebbe l’Uomo del Destino che cambi il nostro, che soddisfi le nostre sacrosante rivendicazioni, che urli per noi? Ma io ho un problema di fiducia, in senso lato verso il ‘verticismo’ – non so se esista il termine ma s’intende credo – e in senso stretto – ora che il M5S si è rappresentato, nei modi. Con il loro programma sono in gran parte d’accordo, dall’indennità parlamentare all’ordine dei giornalisti e tanto altro, e mi pare semplicemente logico che se uno delinque debba essere trattato ai termini di legge qualunque ruolo ricopra. Sull’euro non ho le competenze per intervenire, ma ho una visione federale dell’Europa, dunque una moneta unica mi sembrerebbe conseguenza naturale, così come dovrebbero essere livellati gli emolumenti di tutti i  parlamentari europei e non solo. Sarà utopia, ma mi piacerebbe sentirmi parte di un Grande Paese, percepire intorno quel senso di appartenenza al nostro continente così come gli americani sono fieri del loro. Ognuno con la radice nel proprio vicolo, ma tesi a far crescere una grande quercia comune, che ci dia ombra, nutrimento, e ci individui. Ho divagato, torno ai modi e ai fatti.. Ecco, i modi non mi piacciono. Con fatica passo sopra alle urla in piazza, in periodo elettorale passi, appunto, ma non ora, sulla soglia di un governo. Nei fatti, perché non avverto voglia di risoluzione quanto di dissoluzione, per poi ricostruire certo, ma chi gestisce l’interim? Negli atteggiamenti, perché vorrei ascoltare più parole libere e meno arroccamenti e frasi fatte, anzi rifatte. Uno vale uno o Uno vale? E mi piacerebbe anche vedere sorrisi aperti e non supponenti, quella soddisfazione con il tiè sottinteso. Peccato, perché avrei tanta voglia anch’io di ritrovare l’entusiasmo.

 

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Il Capo e il Popolo

14 Marzo 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

ancora dal mio diario privato, ma decisamente attuale:

Oltre quindici anni fa, nel mio ‘Francobollo’ sull’inserto del Corriere, mi affiancavo alla preoccupazione dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, unica voce inquieta in mezzo a tanta ironia, per l’escalation di un giovane partitino del Nord. Scrivevo che “nel nostro Paese i prodromi folkloristici sono sempre stati sottovalutati, e hanno portato a epiloghi che con il folklore non c’entravano niente” e mi chiedevo: “Ma la politica è miope? Forse addirittura presbite, se non riesce a dare contorni precisi a quello che ha sotto gli occhi”. Oggi, con le dovute differenze, mi faccio la stessa domanda.  Ma non per il programma del nuovo polo d’attrazione che ora brilla a 5 stelle, ben distante da sacre ampolle e cravatte verdi. E’ piuttosto sul nostro atteggiamento che vorrei fare una riflessione: mi sembra che una volta di più si delinei la nostra pericolosa propensione a seguire chi fa la voce più grossa, contro tutti e tutto senza distinzioni. Ciclicamente si presenta a un balcone qualunque, che si chiami piazza, studio Tv o schermo del pc, un uomo del destino, un capopopolo che urla la rabbia di tutti contro il potere, qualunque esso sia. E dato che le ragioni non mancano mai, basta cogliere il momento giusto, salire sul podio di più alta visibilità, e il capo troverà il suo popolo. Quale momento più giusto di questo, quale podio più illuminato del web, che Grillo sa usare come nessuno dei suoi nuovi colleghi? Dunque, se negli inevitabili periodi di crisi che ogni nazione attraversa, basta dare voce, anzi urlo, al popolo, dobbiamo soltanto sperare di avere la fortuna che il prossimo capopopolo sia meglio di tutti i suoi predecessori. Qualcuno ha detto che la differenza tra la vera democrazia e la democrazia popolare è la stessa differenza che passa tra una camicia e una camicia di forza, e Pascal affermava che “non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto”.  In ogni caso la parola popolo conviene a tutti, riempie bene la bocca, ancora di più se gli metti una corona in testa e lo fai diventare sovrano. Il famoso popolo sovrano...

 

enrica bonaccorti  23-4-2012

 

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