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Almeno non chiamiamolo Inno di Mameli

15 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

ECCO PERCHE' : ANALISI E PROPOSTA

Durante i Mondiali del ’98, i titoli dei giornali dettero molto spazio allo ‘scandalo’ dei nostri calciatori che rimanevano a labbra serrate o confuse durante l’esecuzione del nostro Inno, considerando però l’attenuante del testo, difficile non solo nella memorizzazione, ma anche nella comprensibilità dei termini e persino dei suoi significati. In quell’occasione il nostro ex presidente Ciampi così si espresse: “Il nostro Inno è una marcetta, ma ormai quando sentiamo le prime note e soprattutto le prime parole, Fratelli d’Italia,  il nostro spirito nazionale si alza automaticamente in piedi pronto a cantare con la mano sul cuore”. Furono esattamente queste le frasi che mi fecero scaturire l’idea, semplice e al tempo stesso sorprendente anche per chi l’ha pensata: e se si modificasse il testo? Mantenendo la musica e le prime irrinunciabili parole ‘Fratelli d’Italia’, si potrebbero cambiare le altre. Senza arrivare ai versi che non si pronunciano mai “il ‘sangue polacco bevè col cosacco” oppure “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, il testo del  nostro Inno non ha un solo verso che possa trasmettere un’aggregante emozione nazionale. Al contrario se pensiamo a quel “schiava di Roma” che, pur se si è (forse) capito che si riferisce alla vittoria, è sempre e ovunque, per chi più per chi meno, irritante. E non ci si può certo entusiasmare dichiarando ripetutamente “siam pronti alla morte siam pronti alla morte” o cantando la seconda strofa che la musica prevede: “noi siamo da secoli calpesti e derisi”.. Forse per questo, da quando è ‘tornato di moda’ cantarlo, ripetiamo solo la prima strofa per due volte? Con queste parole è più facile deprimersi che entusiasmarsi. Credo che da un Inno ci si debba aspettare altro. Non sarebbe difficile adeguarlo. In altre nazioni l’hanno fatto, Belgio e Polonia fra gli altri, ma l’esempio più forte ci viene dalla Russia, dove, nel momento dello smantellamento di tutti i simboli riconducibili al passato comunista, si era sostituito l’Inno tradizionale con uno nuovo di zecca, per nulla accettato dal popolo. Il governo decise allora di tornare a quello tradizionale, ma lasciando solo la musica e cambiando le parole, versione subito approvata e che tuttora rappresenta la nazione. Si potrebbe intervenire allo stesso modo in Italia, sempre rispettando gli alti concetti e la grande storia che hanno portato all’indipendenza il nostro Paese. Come suggeriva Ciampi, cambierei tutto ma non quel perfetto ‘Fratelli d’Italia’ che così positivamente ci identifica, le sole parole del testo belle e giuste, le uniche che possano stimolare il senso di appartenenza che un Inno richiede. Ma nel nostro Paese qualsiasi proposta alternativa ha trovato solo silenzio, fastidio e tanta ironia. Eppure c’è molto da dire, a iniziare dal titolo: quanti lo conoscono? Da tutti, e in ogni sede, viene chiamato Inno di Mameli. Se chiedi il vero titolo la prima reazione è di stupore, poi si azzarda ‘Fratelli d’Italia’. Alla notizia che neppure questo è giusto, arriva solo un attonito silenzio. “Il Canto degli italiani” di Novaro – Mameli,  ecco il titolo esatto e sconosciuto. Fra l’altro mi chiedo: perché lo chiamiamo Inno di Mameli e non di Novaro? Sarebbe come dire l’Aida di Ghislanzoni e non l’Aida di Verdi, il Flauto magico di Shikaneder e non di Mozart! Nella formulazione degli autori si cita sempre il musicista, non il paroliere.

Sembra quasi un ‘accanimento di paternità’, e forse lo è, perché pare che il cosiddetto ‘Inno di Mameli’ non  sia stato scritto da Mameli! Molti indizi portano a considerare altamente probabile che il giovane Goffredo si sia attribuito la paternità di un testo scritto dall’anziano Priore del convento di Càrcare nell’entroterra savonese, dove il ragazzo, ricercato per sommossa dopo un pestaggio con un compagno, si era rifugiato. Quello che è certo, è il racconto che lo stesso Michele Novaro fece anni dopo in occasione di una commemorazione di Mameli: il testo del nostro Inno gli arrivò a Torino proprio da quel convento tramite Ulisse Borzino che era passato a trovare l’amico comune Goffredo, e gli chiedeva di musicarlo. Fra l’altro, il ventiduenne Michele Novaro si emozionò talmente che s’infiammò nel vero senso della parola: cominciò a comporre la musica ma “nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio”. Altri spunti di riflessione sono le lettere che Goffredo spedì in quei mesi dal convento all’amico Canale o alla madre, che documentano uno stile di scrittura povero, molti errori di grammatica e un autoritratto ben poco eroico: “Sono arrivato ‘morto di sogno’ ma io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno, e questo è l'ideale del mio Paradiso, spero che voialtri farete al­trettanto!”  Questo lo stile del ragazzo di 19 anni negli stessi giorni in cui avrebbe scritto il nostro Inno, ben lontano da quello dei versi che conosciamo, in ritmo senario, con i numerosi riferimenti colti di chi ha fatto studi approfonditi su secoli e secoli di storia, tanto che i numerosi rimandi storici arrivano al 1176, quando la Lega dei Comuni sconfigge il Barbarossa! Al contrario Padre Atanasio Canata, il Priore del convento di Càrcare da cui era partito il prezioso foglio, era conosciuto proprio come erudito letterato, prolifico autore di orazioni e versi che richiamano quelli del nostro inno in modo inequivocabile. “La Patria chiamò” conclude una delle sue odi. Così lo analizza un autorevole storico, esperto della nostra storia risorgimentale: “Tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana, lo stesso che si ritrova nell’Inno: “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli / le vie del Signore”. E a noi rivelano che l’autore era un papista, non un rivoluzionario mazziniano”. Inoltre fra le ultime composizioni del Priore ci sono alcuni versi che fanno riflettere: “Meditai robusto un canto / ma venali menestrelli si rapìan dell’arpa il vanto / Sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto / e aspettando nel suo cuore / si rinchiuse il pio cantore” e addirittura in un appunto: “E scrittore sei tu? Ciò non mi quadra, una gazza sei tu, garrula e ladra”. Come non riflettere leggendo queste parole..
Ma se si ripercorre la storia de “Il Canto degli italiani” emergono molte altre cose interessanti e curiose. Per esempio che già pochi mesi dopo la sua prima esecuzione, si pensò di sostituirlo. Mazzini chiese una nuova musica a Giuseppe Verdi, e pensò di affiancargli Mameli per le parole. Ma il testo proposto dal ragazzo Goffredo, dall’aggressivo titolo ‘Il Canto di guerra’, non fu – per usare un eufemismo – molto apprezzato, e fece la stessa fine rovente del foglio sul cembalo di Novaro, finendo, questa volta non accidentalmente, nel fuoco di un camino. E così rimase ‘Il Canto degli Italiani’, destinato a divenire di lì a poco ‘l’Inno di Mameli’ per la morte prematura del ragazzo: ferito accidentalmente dalla baionetta di un commilitone, come egli stesso scrisse alla madre, venne curato male, subì troppo tardi l'amputazione della gamba e morì poco dopo. Attorno a Mameli crebbe la leggenda dell’eroe e del poeta, e nel bene e nel male se ne fece il campione di una realtà che non era la sua. Inno compreso.

Insomma: noi ci teniamo un Inno che non ci piace, difficile da capire e difficile da ricordare, lo chiamiamo invece che con il suo vero titolo Il canto degli italiani, ‘Inno di Mameli’ col nome di un più che probabile falso autore, non della musica, che di regola individua il brano, ma delle famose e fumose parole. Mi sembra che ci sia molto su cui riflettere. Ma nessuno si è mai voluto far carico di un approfondimento sicuramente scomodo e impopolare, come a volte è scomoda e impopolare la verità. Peccato, perché credo che in questo Paese ci sia un gran bisogno e una gran voglia di verità. Forse fare questa ‘rivoluzione’ intorno al nostro Inno stimolerebbe la rinascita di quell’orgoglio nazionale che dà forza e coesione ai popoli nei momenti difficili, e senza invocare né la morte né la ‘coorte’. Da semplice cittadina che non resiste alla passione per le sue idee e per il suo Paese, spero che qualcuno trovi il coraggio di... avere coraggio, e affrontare una  semplice verità: ci sono forti, a volte evidenti probabilità che il nostro Inno nazionale, il cosiddetto ‘Inno di Mameli’, non sia di Mameli. Non si può licenziare senza vaglio e approfondimento un simbolo così importante, che fuori da ogni logica, ma forse non a caso, è rimasto ‘provvisorio’ per un tempo così lungo, Ma ora, in raro accordo trasversale, la politica dichiara “viva soddisfazione per il disegno di legge Mameli”. Ma come si può essere contenti di essere rappresentati da un falso? Almeno fosse un capolavoro.           

grazie per l’attenzione   Enrica Bonaccorti

P.S.

Corredo la proposta di modifica del testo con un’ipotesi che - tengo a precisare - non vuole proporsi come ‘testo alternativo’, ma piuttosto come un esempio, spero perlomeno plausibile, che si possano esprimere gli stessi concetti comprendendo ciò che si dice. Provare a cantarlo per credere. Ma sono certa che in un Paese di poeti, oltre ai navigatori e tutti gli altri, ci siano autori ben più di me all’altezza di un progetto così significativo. Non per passare alla storia ho lanciato questa proposta, ma con la speranza di aprire un dibattito sul cosiddetto ‘Inno di Mameli’. Se è così importante come manifestano i nostri rappresentanti istituzionali, che con occhi lucidi e la mano sul cuore intonano di esser pronti alla morte, spero lo dimostrino non solo nella forma, ma restituendo la dignità e l’attenzione che merita al più forte elemento simbolico che, insieme al tricolore, rappresenta l’Italia. 

 

L’  I  N  N  O      D E G L I      I  T  A  L  I  A  N  I

 

FRATELLI  D’ITALIA

L’ITALIA E’ QUESTA

DAI  MARI   AI  MONTI

ALZIAMO  LA  TESTA

PERCHE’  LA  VITTORIA

E’  GIA’  NELLA  STORIA

CHI  GRANDE  E’  GIA’  STATO

PIU’  GRANDE   SARA’

FRATELLI    SORELLE

ORGOGLIO  D’ITALIA

CONQUISTA  DEI  PADRI

DELLA  NOSTRA  PATRIA

NOI  FIGLI  SAPPIAMO

CHE  E’  GRAZIE  AL  CORAGGIO

DI  LOTTE  LONTANE

L’ITALIA  CHE  C’E’

IL  CUORE  D’ITALIA

E’  SEMPRE  PIU’  FORTE

IN  QUALUNQUE  SORTE

NON  SI  FERMERA’

PORTIAMO  L’ITALIA

OVUNQUE  NOI  SIAMO

E’  TUTTA  DA  AMARE

IDDIO  LA  CREO’

enrica bonaccorti – 1998

 

 

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