talento e visibilità, Zingaretti e Mammuccari
Dov’è finito il talento in Italia? Certamente non dove pretende di essere. Non è sugli schermi, non è sugli scranni, non è sulle pagine, non è nelle idee né nel modo di comunicarle. Il nostro territorio è stato intriso da tante piogge acide che è invaso dalla gramigna, e bonificarlo è ogni giorno più difficile, perché il tempo porta alla mala erba il suo nutrimento più forte e subdolo: l’abitudine. Poco a poco non ci si accorge più che il talento non c’è. Quando si comincia a ridere per la sua mancanza - e se ti diverti perdoni - non è solo ghiaia che sfugge, è l’inizio della valanga. L’importante è accendere l’attenzione comunque, non dare attenzione alle cose importanti. Ma l’attenzione che non condanna, non genera né la correzione né la rimozione, anzi sottolinea e promuove. Perché? Ma perché è divertente, è l’inciampo che diverte. Credo che divertente sia una delle parole più pericolose di questi ultimi anni, il velo frou-frou che impreziosisce ogni straccio. Divértere, da cui deriva, in latino significa distrarre. Evidentemente la pochezza ci distrae di più della grandezza, che ci affatica, ci annoia, a lungo andare ci irrita persino. La mediocrità invece, nella sua rassicurante identificazione, ci fa sentire a nostro agio, se non piacevolmente superiori. Così la base si allarga, l’indotto si mette in moto, e se una pernacchia fa il picco d’ascolto, la prossima volta ce ne saranno due, se la gaffe del politico raccoglie titoli e uno svarione diventa moda, sarà tutta una gara nel fare battute e svarioni. Per creare attenzione si dice di tutto, tanto poi basta smentire, invocare l’ironia o la provocazione, e gli svarioni farli diventare neologismi. Onore e talento sono stati sostituiti dalla visibilità. Oggi è questa la meta, il traguardo agognato da raggiungere a ogni costo, con determinazione, con spregiudicatezza. Non con il talento. Quello che oggi provoca rispetto è il risultato, e non interessa il percorso per arrivarci, e neppure la sua valutazione intrinseca, perché ormai il risultato coincide con se stesso, a prescindere. Al successo non serve essere, e neppure avere, ma esserci.
P.S. visto che ci siamo, aggiungerei che il termine corretto per indicare una persona di talento è talentoso, non talentuoso, anche se persino il pc vorrebbe correggermelo! Se lo cercate sul dizionario, talentuoso vi rimanda a talentoso, che è la prima forma, poi con la dicitura ‘raro’ nomina anche talentuoso. Comunque a scuola la mia maestra mi avrebbe fatto un segnaccio rosso sulla U, ora mi guardano stupita se non ce la metto! Se non sbaglio, fu Teo Mammuccari un po’ di anni fa a cominciare a ripeterla, continuamente ma scherzosamente mi sembrava, ora la ritrovo in articoli di firma, su bocche importanti.. evidentemente si è seguito più Mammuccari dello Zingaretti. D'altra parte, è più divertente…
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