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8 marzo 1998‼Scrivevo su “Noi Donne” e con la direttrice Bia Sarasini facemmo un esperimento: indossai un burqa nel centro di Roma, a piazza Colonna, sul marciapiede di fronte alla Galleria Sordi. Avevo una grata di stoffa violacea davanti agli occhi, mi sentivo soffocare, vedevo male, ero impacciata nei movimenti. Così nascosta abbordavo i passanti dicendo che volevo far conoscere la situazione in cui si trovano le donne in certi Paesi, e proponevo di provare a indossarlo. La reazione più frequente era quella di affrettare il passo, gli uomini più delle donne, con evidente disagio e disinteresse per qualcosa che sembrava così lontano e che ora ci sembra troppo vicino. Di quei momenti sotto il burqa, oltre alla pesantezza, l’impaccio, e soprattutto l’asfissia, ricordo qualcosa di ancor meno piacevole: la percezione che non si volesse né sapere né capire, neppure vedere, ma solo scappare. Come quando i bambini chiudono gli occhi per far sparire la realtà. Troppo a lungo siamo rimasti a occhi chiusi.
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