Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
Post recenti

La polverizzazione

19 Marzo 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

È di poco fa, a oltre 24 ore dall’attentato a Tunisi, una rivendicazione da parte dell’Is, che finora aveva dato solo il suo plauso su uno dei suoi siti. Ma credo che sia un falso problema chiedere una certificazione ufficiale per questi attacchi alla civiltà, l'affiliazione è automatica. Il vero problema è che il nemico non è collocabile in una sola area, il suo territorio non ha confini da invadere perché il suo territorio è l’Islam, nell’accezione estrema distorta ed esasperata che agita le bandiere e le anime nere. C’è una polverizzazione del nemico che non permette una difesa sicura, le cellule di terroristi non hanno bisogno di un 'fonogramma' che dia un placet all’operazione, saranno comunque festeggiati, anche di più in caso di morte, a cui vanno incontro con il loro paradiso pieno di vergini negli occhi. Dunque non serve il comando e non c’è la paura della morte, sono sparsi ovunque e pronti a immolarsi. Non è un'analisi tranquillizzante, ma bisogna prendere atto della realtà per capire come contrastarla.

Mostra altro

Le ferme condanne

18 Marzo 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

A me delle ferme condanne e dello sdegno importa poco. Che cosa aspettano i Grandi Capi, i responsabili del cosiddetto mondo libero, le nazioni Unite e anche quelle disunite ma coinvolte, a mettersi intorno a un tavolo, in video conferenza o come vogliono, e prendere di petto una situazione che avrebbero dovuto affrontare da tempo e che è tuttora sottovalutata? Certo che è complicata, ma se si continua con le analisi senza arrivare a una sintesi, oltre a lasciare spazio e tempo alle conquiste del cosiddetto Stato islamico, si manda anche un messaggio perdente a un mondo manicheo che prevede solo il bianco o il nero. A una propaganda così forte, non si può rispondere con i distinguo e le vibranti indignazioni. Forse dobbiamo semplificare anche noi: fra la padella e la brace ci hanno insegnato che è meglio la padella, no? Per volare un po’ più alto, Churchill si alleò con Stalin per contrastare Hitler.. giusto? Credo sia arrivato il  momento di fare tesoro delle esperienze degli ultimi anni da quelle parti, che almeno dagli errori si impari, e fare fronte comune insieme a Tutti coloro che contrastano questa follia. Voglio la politica, non il politically correct.

Mostra altro

8 marzo mancato

10 Marzo 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

Forse quest’anno l’8 marzo ci siamo fatte sfuggire un’occasione. Non solo noi, soprattutto la politica. Bisognava occupare ogni spazio, in televisione, sui giornali, nelle piazze, e dedicare questa giornata alle donne curde, afghane, siriane, a tutte quelle che combattono ogni momento della loro vita per la vita, anche mentre io sto scrivendo, anche mentre voi state leggendo. Donne rapite, stuprate, vendute, lapidate, umiliate, obbligate a cancellarsi, a nascondersi da capo a piedi, a cui è impedito leggere, studiare, guidare, uscire da sole, sposarsi liberamente, rifiutare un marito e persino uno stupro. È sulle donne che una parte del mondo sta infierendo e mostrando la sua aberrazione, è dalle donne che sarebbe stato bello partire per rispondere a bandiere nere come la loro anima. Avrei voluto vedere le strade invase dai cortei come per l’aborto o il divorzio quarant’anni fa. La politica non ci ha pensato, ma neanche noi.

Mostra altro

La civiltà offesa

28 Febbraio 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

Mi sento quasi in colpa per quanto soffro, ma le ripetute notizie e addirittura le immagini dei fanatici terroristi dell'Is che distruggono i reperti archeologici più antichi del mondo, mi fa disperare come mai avrei immaginato. Ho provato a chiedermi perché, in fondo non esce sangue quando distruggi una statua, nessuna madre piange, nessun bambino resta orfano. Eppure devo cambiare canale quando il Telegiornale dà queste notizie e queste immagini, mentre continuo a seguire le tragedie inferte agli esseri umani, bruciati e decapitati. Che cosa vuol dire? Siamo purtroppo più abituati alla crudeltà che uccide uomini donne e perfino bambini, abbiamo tutti negli occhi le immagini dei forni crematori,  di impiccagioni feroci, di uomini in fila pronti a essere fucilati come ora sgozzati.. ma l'unico accanimento contro 'le cose' che io ricordi è stato contro le statue dei dittatori, o il rogo di libri dei nazisti. I quali le opere d’arte le rubavano, ma non le distruggevano. E in quelle statue si continuava  a colpire Saddam o Lenin o Mussolini o Ceausescu, mentre qui si vuole distruggere la civiltà nel senso più plurale e condiviso. È un patrimonio culturale di tutti quello che stanno devastando, sono le nostre foto di famiglia, gli oggetti di casa che stanno distruggendo, i nostri diari che stanno bruciando. A ogni notizia è come quando trovi casa devastata dai ladri, profanata nella tua intimità, e pensi a quelle cose per te uniche che non ritroverai più, preziose oltre ogni prezzo. Come quello che stanno distruggendo. È la perdita d'identità il dolore più profondo.  

Mostra altro

Chiamarsi Ariel

16 Febbraio 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

Quando aspettavo mia figlia, non c’erano ancora gli strumenti per sapere il sesso del nascituro, dunque i nomi ipotizzati nell'attesa si declinavano sia al maschile che al femminile.  Avendo escluso quelli di famiglia, ero alla ricerca di un nome per il lui o la lei che stava arrivando, e mi sembrò di averlo trovato in ‘ARIEL’.  Sarebbe andato bene fra l’altro sia per un maschio che per una femmina, evocava lo spirito buono dell’angelo della  Tempesta , e un angelo non ha sesso, e la Sirenetta era ancora di là da venire.. Insomma, mi piaceva e mi sembrava il nome perfetto. Solo a me però. Fra le varie opposizioni familiari, mi colpì una riflessione di mia madre, persona battagliera, sempre solidale con le minoranze, quasi rivoluzionaria. Ma in quell’occasione mi disse: “Attenta a non dare troppo peso a tuo figlio o figlia che sarà, con questo nome. È un nome ebraico, potrebbe portare problemi”. Ricordo il mio stupore, eravamo a metà degli anni settanta, possibile ci fosse ancora questo timore? Forse per chi come mia madre aveva attraversato il terribile periodo delle leggi razziali, delle persecuzioni, la seconda guerra mondiale, le ferite erano ancora vive, pensai.. comunque alla fine andai sull’agenda, cominciai a sfogliarla dal 1° gennaio in poi, e già al 1° febbraio trovai una mai prima sentita ‘santa Verdiana’ che mi colpì. Nacque femmina e la chiamai Verdiana. Mi è tornato in mente in questi giorni, vedendo lo scempio del cimitero ebraico, sentendo di tanti ebrei che lasciano la Francia, minacce, attentati, morti.. Forse aveva ragione mia madre? Eppure io sono sempre stata orgogliosa che il cognome di mia nonna fosse Salomone e mio padre si chiamasse Ettore Abramo. Dal mio punto di vista squisitamente laico, mi è sempre sembrato un arricchimento. 

Mostra altro

Chiamarsi Ariel

16 Febbraio 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

Quando aspettavo mia figlia, non c’erano ancora gli strumenti per sapere il sesso del nascituro, dunque i nomi ipotizzati nell'attesa si declinavano sia al maschile che al femminile.  Avendo escluso quelli di famiglia, ero alla ricerca di un nome per il lui o la lei che stava arrivando, e mi sembrò di averlo trovato in ‘ARIEL’.  Sarebbe andato bene fra l’altro sia per un maschio che per una femmina, evocava lo spirito buono dell’angelo della  Tempesta , e un angelo non ha sesso, e la Sirenetta era ancora di là da venire.. Insomma, mi piaceva e mi sembrava il nome perfetto. Solo a me però. Fra le varie opposizioni familiari, mi colpì una riflessione di mia madre, persona battagliera, sempre solidale con le minoranze, quasi rivoluzionaria. Ma in quell’occasione mi disse: “Attenta a non dare troppo peso a tuo figlio o figlia che sarà, con questo nome. È un nome ebraico, potrebbe portare problemi”. Ricordo il mio stupore, eravamo a metà degli anni settanta, possibile ci fosse ancora questo timore? Forse per chi come mia madre aveva attraversato il terribile periodo delle leggi razziali, delle persecuzioni, la seconda guerra mondiale, le ferite erano ancora vive, pensai.. comunque alla fine andai sull’agenda, cominciai a sfogliarla dal 1° gennaio in poi, e già al 1° febbraio trovai una mai prima sentita ‘santa Verdiana’ che mi colpì. Nacque femmina e la chiamai Verdiana. Mi è tornato in mente in questi giorni, vedendo lo scempio del cimitero ebraico, sentendo di tanti ebrei che lasciano la Francia, minacce, attentati, morti.. Forse aveva ragione mia madre? Eppure io sono sempre stata orgogliosa che il cognome di mia nonna fosse Salomone e mio padre si chiamasse Ettore Abramo. Dal mio punto di vista squisitamente laico, mi è sempre sembrato un arricchimento. 

Mostra altro

I bambini dell'Is

23 Gennaio 2015 , Scritto da enrica bonaccorti

C'è un aspetto dell'Isis che dovremmo imitare: l'estrema attenzione ai bambini. Non è una macabra battuta, piuttosto rimando al significato letterale perché dare attenzione ai bambini significa insegnare cos'è il bene e cos'è il male, chi sono i buoni e chi sono i cattivi, dare una visione del mondo, impostarne la crescita, forgiarne le convinzioni. È questa l’attività principale del sedicente Stato Islamico, oltre alle stragi e alle decapitazioni. L’ultimo terrorista fermato mentre cercava di raggiungere la Siria aveva con sé suo figlio di tre anni, e purtroppo abbiamo avuto diverse notizie e immagini di piccoli, a volte piccolissimi innocenti che imbracciano un kalashnikov più grande di loro, con una bandana in testa che inneggia all’unico Dio consentito, abbiamo addirittura visto un bambino spinto a uccidere uomini legati inginocchiati davanti a lui, e a festeggiare poi  l’esecuzione come se avesse rotto la pentolaccia. Quel bambino è cattivo? No, è condizionato, costretto anche solo da se stesso. Perché gli scienziati ci insegnano che le informazioni, le immagini, le esperienze che ci attraversano nei primi anni di vita fino all’adolescenza, sono impronte indelebili: il cervello è come creta, basta sfiorarlo in quell’età per lasciare il segno, figurarsi chi lo prende in mano e lo modella come vuole. Poi la creta s’indurisce ed è dura cambiare.. Formare una nuova generazione di estremisti non è difficile, se c’è la determinazione e la pianificazione che lo Stato Islamico sta mettendo in atto. Questi bambini fra pochissimi anni saranno giovani uomini preparati a quello per cui sono stati allevati: combattere, combatterci. Mentre le bambine, prima spogliate di tutto, saranno rivestite di bombe e fatte esplodere in mezzo ad altri bambini. Non riesco a immaginare orrore più grande. Raccogliamo almeno quello che fa emergere la “estrema attenzione ai bambini” da cui è partita questa riflessione, e cerchiamo di formare anche noi una nuova generazione sana e forte, che possa riconoscere il bene e il male, senza essere privato del dono prezioso del dubbio. Non lasciamoli in balia di tutto, anche di questo orrore.

 

 

 

 

Mostra altro

Mea culpa, Oriana..

8 Agosto 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Le preferenze.. l’eleggibilità.. gli 80euro.. argomenti che ‘fanno titolo’ e persino talk-show, ci si accapiglia, si urla.. Ma non sento discutere con gli stessi toni della sempre maggiore espansione dell’Isis, negli ultimi tempi in decisa accelerazione occupando vaste porzioni di Irak e Siria. Il fine dichiarato è la costruzione di un territorio islamico ‘puro’, tanto che il 3 gennaio di questo anno l’Isis si è dichiarato Stato indipendente, e il 29 giugno scorso si è autoproclamato Califfato dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Poco importa che non sia riconosciuto dall’Onu e tantomeno da Iraq e Siria, che rivendicano quei territori come parte integrante dei loro Stati, poco importa perché non sono queste le voci che possono essere ascoltate da chi progetta il dominio assoluto in nome di Dio, comunque lo chiami. Ricordo bene quanto mi dispiaceva ascoltare Oriana Fallaci che amavo moltissimo, ma dalle cui posizioni su questo mi sentivo lontana. Ora m’inchino a Cassandra, che come sempre non sbaglia. Chissà cosa direbbe oggi, se come me sentirebbe l’impellente necessità di una reazione precisa e decisa dell’Occidente, ben oltre l’espulsione di un iman troppo sincero. Bisognerebbe sbrigarsi a organizzare un confronto fra i tutti i Paesi occidentali e i Paesi coinvolti che, pur di fede musulmana, rifiutano la furia jihadista e i suoi crimini assoluti contro l’umanità. L’obiettivo dichiarato è quello di imporre la sharia nel territorio del Califfato, che come suggerisce l’inclusione del termine ‘Levante’ si dovrebbe allargare a Giordania, Libano, Kuwait, Palestina, persino parte della Turchia, e ovviamente la distruzione di Israele e di ogni ebreo sulla faccia della terra. Ma ogni altra fede è condannata a morte, a partire dal Cristianesimo. Sappiamo quello che stanno patendo i cristiani, migliaia di famiglie hanno abbandonato le loro case e ogni bene, mentre l’avanzata dei jihadisti continua e sembra inarrestabile. Mentre scrivo, leggo che le forze dell’Isis sono arrivate a un’ora d’auto da Bagdad. Non ho volutamente parlato del trattamento riservato al genere femminile, che pare Allah consideri fonte di tutti i mali, perlomeno nell’interpretazione di questi musulmani. È da quando l’organizzazione Boko Haram ha rapito le studentesse, che non passa giorno senza che io le pensi, poi le 500 ragazze rapite dai jihadisti nei giorni scorsi, e ora la speranza che le due piccole, meravigliose cooperanti italiane sparite non siano in quelle mani. Ripeto, non ho volutamente dato spazio all’evidente problema del genere femminile perché mi fa troppo male parlarne, quasi come mi fa male non sentire parlare abbastanza di tutto questo.

Mostra altro

Violenza senza confini geografici né anagrafici

24 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

La violenza sulle donne purtroppo non prevede confini, né geografici né anagrafici: in ogni luogo del mondo, uomini di ogni età compiono atti violenti contro le donne. Perché? Ma la prima domanda che mi faccio è: quand’è che le donne hanno cominciato a camminare due passi dietro all’uomo? Gli antropologi ci hanno spiegato che i primi esseri umani non collegavano le nascite al rapporto fisico. Allora quando i maschi ci vedevano gonfiarci e poi fare uscire dal nostro corpo un altro essere vivente, avrebbero dovuto venerarci come dee, oppure temerci come streghe.. perché siamo diventate serve? Certo, all’inizio la forza fisica era il primo requisito per il potere, ma anche quando i muscoli sono diventati meno importanti, i passi delle donne sono rimasti lenti e faticosi. Sì, la Chiesa ci ha concesso l’anima e i governi il voto, ma noi volevamo semplicemente essere cittadine con gli stessi diritti dei cittadini, non solo mogli piene di doveri. Ma ho l’impressione che qualsiasi spiegazione si enunci, comunque una più o meno velata responsabilità della donna affiorerà sempre. D’altra parte, c’è tutta una religione che si poggia pesantemente sulle spalle di una donna affamata e curiosa.. siamo così piccoli quando sentiamo parlare di Eva, della mela, del serpente attorcigliato all'albero.. e se ti entra in testa a tre anni non è facile dimenticare per colpa di chi abbiamo perso il Paradiso. Poi cresciamo, ma senza che nessuno ci dica chiaramente che quella era una metafora per spiegare il senso del peccato. Anche se credo che si sarebbe potuto trovare di meglio, senza dare fin dall’inizio colpa di tutto a una donna... lei osò disobbedire e noi tutte ne paghiamo ancora le conseguenze. "Dio l’ha punita, perché dovremmo accettare noi altre disobbedienze?" sembrano urlare certe cronache che riportano ammissioni di colpa quasi orgogliose. La cultura ne uccide più della natura.. oltre a un’automatica reazione annidata nella parte più antica del nostro cervello, in quel rettiliano che ci condiziona ‘a nostra insaputa’ come direbbe qualcuno. Fatto sta che quando entriamo in questo territorio, alcune sensibilità reagiscono automaticamente, si può dire ancestralmente. C’era questo ‘automatismo’ nelle mani dell’uomo che ha ucciso la moglie e i due piccolissimi figli in una linda villetta della civile Lombardia? Forse, ma credo piuttosto che in questa tragedia della crudeltà vi sia un ulteriore elemento che arma la violenza contro il genere femminile: non solo il classico possesso inteso come orgoglio, quello che fa uccidere per un rifiuto, ma il possesso ‘oggettivato’, la depersonalizzazione della donna declassata a oggetto. In questo caso un oggetto ingombrante. Per quel marito più giovane e più in forma, sua moglie e i suoi figli che non erano una donna e dei bambini, ma solo ancore che andavano disincagliate se voleva tornare a veleggiare. In fondo, basta un coltello per tagliare la cima o per sgozzare la moglie e i bambini, non più una famiglia ma solo zavorra. Senza arrivare all’acme di crudeltà di questo caso, purtroppo per alcuni uomini siamo oggetti, prima del desiderio, poi da eliminare. La recentissima legge che permette separazioni consenzienti in sei mesi andrebbe sostenuta, divulgata, spalmata su una popolazione di donne a rischio: se vedete che le cose si mettono male, proponetela voi! Forse dovrete ingoiare l’orgoglio, perderete qualche privilegio, ma guadagnerete la tranquillità, in certi casi persino la vita. Non c’è prezzo. Per quanto riguarda gli uomini, torno all’educazione, al fattore culturale. Conosciamo e abbiamo individuato i modelli negativi, la televisione, la moda, i social network.. se ne disquisisce spesso e con toni accesi, ed è tutto giusto, anche i toni accesi. Ma non sento  grida di dolore sul fronte dell’educazione primaria, quella delle madri e dei padri fra le mura domestiche, i comportamenti, le parole, persino le barzellette.. in un’età in cui il nostro cervello è come creta, e se poggi un dito lasci l’impronta per sempre, i primissimi imput sono difficili da smontare, non è innocuo nulla, neppure quel ‘femminuccia’ dato come dispregiativo. Ma sulle colpe educative della famiglia si tende a minimizzare, a sorvolare.. che sarà mai, sembra di leggere negli occhi, una battuta come ‘chissà quante fidanzatine avrai da grande’ o peggio ‘tu sei il maschio di casa, fatti sentire’? Tanto sono bambini, che possono capire.. Tutto. Nel senso che tutto rimane, ogni parola, ogni stimolo, ogni riflesso emotivo fa un nido perenne che a diversi livelli condizionerà per sempre i nostri comportamenti. Può sembrare un discorso da un lato troppo severo dall’altro troppo semplice, ma se ai fondamentalisti l’unico alibi che si può dare è il pensiero unico che li ha condizionati fin dalla nascita, dobbiamo dare più peso alla formazione dei pensieri dei nostri figli, dare attenzione a quello che arriva ai loro occhi dai vari video ma anche dai nostri atteggiamenti domestici, abbandonare superficialità, ignoranza e pigrizia educativa, che possono fornire strumenti di violenza più di ogni cattiva compagnia. Da piccoli siamo vasi vuoti, è a seconda di come ci riempiono che diventiamo fioriere o bidoni della spazzatura. Ma dato che sono le madri le prime 'giardiniere'.. è sempre colpa delle donne!

 

 

 

Mostra altro

Almeno non chiamiamolo Inno di Mameli

15 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

ECCO PERCHE' : ANALISI E PROPOSTA

Durante i Mondiali del ’98, i titoli dei giornali dettero molto spazio allo ‘scandalo’ dei nostri calciatori che rimanevano a labbra serrate o confuse durante l’esecuzione del nostro Inno, considerando però l’attenuante del testo, difficile non solo nella memorizzazione, ma anche nella comprensibilità dei termini e persino dei suoi significati. In quell’occasione il nostro ex presidente Ciampi così si espresse: “Il nostro Inno è una marcetta, ma ormai quando sentiamo le prime note e soprattutto le prime parole, Fratelli d’Italia,  il nostro spirito nazionale si alza automaticamente in piedi pronto a cantare con la mano sul cuore”. Furono esattamente queste le frasi che mi fecero scaturire l’idea, semplice e al tempo stesso sorprendente anche per chi l’ha pensata: e se si modificasse il testo? Mantenendo la musica e le prime irrinunciabili parole ‘Fratelli d’Italia’, si potrebbero cambiare le altre. Senza arrivare ai versi che non si pronunciano mai “il ‘sangue polacco bevè col cosacco” oppure “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, il testo del  nostro Inno non ha un solo verso che possa trasmettere un’aggregante emozione nazionale. Al contrario se pensiamo a quel “schiava di Roma” che, pur se si è (forse) capito che si riferisce alla vittoria, è sempre e ovunque, per chi più per chi meno, irritante. E non ci si può certo entusiasmare dichiarando ripetutamente “siam pronti alla morte siam pronti alla morte” o cantando la seconda strofa che la musica prevede: “noi siamo da secoli calpesti e derisi”.. Forse per questo, da quando è ‘tornato di moda’ cantarlo, ripetiamo solo la prima strofa per due volte? Con queste parole è più facile deprimersi che entusiasmarsi. Credo che da un Inno ci si debba aspettare altro. Non sarebbe difficile adeguarlo. In altre nazioni l’hanno fatto, Belgio e Polonia fra gli altri, ma l’esempio più forte ci viene dalla Russia, dove, nel momento dello smantellamento di tutti i simboli riconducibili al passato comunista, si era sostituito l’Inno tradizionale con uno nuovo di zecca, per nulla accettato dal popolo. Il governo decise allora di tornare a quello tradizionale, ma lasciando solo la musica e cambiando le parole, versione subito approvata e che tuttora rappresenta la nazione. Si potrebbe intervenire allo stesso modo in Italia, sempre rispettando gli alti concetti e la grande storia che hanno portato all’indipendenza il nostro Paese. Come suggeriva Ciampi, cambierei tutto ma non quel perfetto ‘Fratelli d’Italia’ che così positivamente ci identifica, le sole parole del testo belle e giuste, le uniche che possano stimolare il senso di appartenenza che un Inno richiede. Ma nel nostro Paese qualsiasi proposta alternativa ha trovato solo silenzio, fastidio e tanta ironia. Eppure c’è molto da dire, a iniziare dal titolo: quanti lo conoscono? Da tutti, e in ogni sede, viene chiamato Inno di Mameli. Se chiedi il vero titolo la prima reazione è di stupore, poi si azzarda ‘Fratelli d’Italia’. Alla notizia che neppure questo è giusto, arriva solo un attonito silenzio. “Il Canto degli italiani” di Novaro – Mameli,  ecco il titolo esatto e sconosciuto. Fra l’altro mi chiedo: perché lo chiamiamo Inno di Mameli e non di Novaro? Sarebbe come dire l’Aida di Ghislanzoni e non l’Aida di Verdi, il Flauto magico di Shikaneder e non di Mozart! Nella formulazione degli autori si cita sempre il musicista, non il paroliere.

Sembra quasi un ‘accanimento di paternità’, e forse lo è, perché pare che il cosiddetto ‘Inno di Mameli’ non  sia stato scritto da Mameli! Molti indizi portano a considerare altamente probabile che il giovane Goffredo si sia attribuito la paternità di un testo scritto dall’anziano Priore del convento di Càrcare nell’entroterra savonese, dove il ragazzo, ricercato per sommossa dopo un pestaggio con un compagno, si era rifugiato. Quello che è certo, è il racconto che lo stesso Michele Novaro fece anni dopo in occasione di una commemorazione di Mameli: il testo del nostro Inno gli arrivò a Torino proprio da quel convento tramite Ulisse Borzino che era passato a trovare l’amico comune Goffredo, e gli chiedeva di musicarlo. Fra l’altro, il ventiduenne Michele Novaro si emozionò talmente che s’infiammò nel vero senso della parola: cominciò a comporre la musica ma “nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio”. Altri spunti di riflessione sono le lettere che Goffredo spedì in quei mesi dal convento all’amico Canale o alla madre, che documentano uno stile di scrittura povero, molti errori di grammatica e un autoritratto ben poco eroico: “Sono arrivato ‘morto di sogno’ ma io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno, e questo è l'ideale del mio Paradiso, spero che voialtri farete al­trettanto!”  Questo lo stile del ragazzo di 19 anni negli stessi giorni in cui avrebbe scritto il nostro Inno, ben lontano da quello dei versi che conosciamo, in ritmo senario, con i numerosi riferimenti colti di chi ha fatto studi approfonditi su secoli e secoli di storia, tanto che i numerosi rimandi storici arrivano al 1176, quando la Lega dei Comuni sconfigge il Barbarossa! Al contrario Padre Atanasio Canata, il Priore del convento di Càrcare da cui era partito il prezioso foglio, era conosciuto proprio come erudito letterato, prolifico autore di orazioni e versi che richiamano quelli del nostro inno in modo inequivocabile. “La Patria chiamò” conclude una delle sue odi. Così lo analizza un autorevole storico, esperto della nostra storia risorgimentale: “Tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana, lo stesso che si ritrova nell’Inno: “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli / le vie del Signore”. E a noi rivelano che l’autore era un papista, non un rivoluzionario mazziniano”. Inoltre fra le ultime composizioni del Priore ci sono alcuni versi che fanno riflettere: “Meditai robusto un canto / ma venali menestrelli si rapìan dell’arpa il vanto / Sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto / e aspettando nel suo cuore / si rinchiuse il pio cantore” e addirittura in un appunto: “E scrittore sei tu? Ciò non mi quadra, una gazza sei tu, garrula e ladra”. Come non riflettere leggendo queste parole..
Ma se si ripercorre la storia de “Il Canto degli italiani” emergono molte altre cose interessanti e curiose. Per esempio che già pochi mesi dopo la sua prima esecuzione, si pensò di sostituirlo. Mazzini chiese una nuova musica a Giuseppe Verdi, e pensò di affiancargli Mameli per le parole. Ma il testo proposto dal ragazzo Goffredo, dall’aggressivo titolo ‘Il Canto di guerra’, non fu – per usare un eufemismo – molto apprezzato, e fece la stessa fine rovente del foglio sul cembalo di Novaro, finendo, questa volta non accidentalmente, nel fuoco di un camino. E così rimase ‘Il Canto degli Italiani’, destinato a divenire di lì a poco ‘l’Inno di Mameli’ per la morte prematura del ragazzo: ferito accidentalmente dalla baionetta di un commilitone, come egli stesso scrisse alla madre, venne curato male, subì troppo tardi l'amputazione della gamba e morì poco dopo. Attorno a Mameli crebbe la leggenda dell’eroe e del poeta, e nel bene e nel male se ne fece il campione di una realtà che non era la sua. Inno compreso.

Insomma: noi ci teniamo un Inno che non ci piace, difficile da capire e difficile da ricordare, lo chiamiamo invece che con il suo vero titolo Il canto degli italiani, ‘Inno di Mameli’ col nome di un più che probabile falso autore, non della musica, che di regola individua il brano, ma delle famose e fumose parole. Mi sembra che ci sia molto su cui riflettere. Ma nessuno si è mai voluto far carico di un approfondimento sicuramente scomodo e impopolare, come a volte è scomoda e impopolare la verità. Peccato, perché credo che in questo Paese ci sia un gran bisogno e una gran voglia di verità. Forse fare questa ‘rivoluzione’ intorno al nostro Inno stimolerebbe la rinascita di quell’orgoglio nazionale che dà forza e coesione ai popoli nei momenti difficili, e senza invocare né la morte né la ‘coorte’. Da semplice cittadina che non resiste alla passione per le sue idee e per il suo Paese, spero che qualcuno trovi il coraggio di... avere coraggio, e affrontare una  semplice verità: ci sono forti, a volte evidenti probabilità che il nostro Inno nazionale, il cosiddetto ‘Inno di Mameli’, non sia di Mameli. Non si può licenziare senza vaglio e approfondimento un simbolo così importante, che fuori da ogni logica, ma forse non a caso, è rimasto ‘provvisorio’ per un tempo così lungo, Ma ora, in raro accordo trasversale, la politica dichiara “viva soddisfazione per il disegno di legge Mameli”. Ma come si può essere contenti di essere rappresentati da un falso? Almeno fosse un capolavoro.           

grazie per l’attenzione   Enrica Bonaccorti

P.S.

Corredo la proposta di modifica del testo con un’ipotesi che - tengo a precisare - non vuole proporsi come ‘testo alternativo’, ma piuttosto come un esempio, spero perlomeno plausibile, che si possano esprimere gli stessi concetti comprendendo ciò che si dice. Provare a cantarlo per credere. Ma sono certa che in un Paese di poeti, oltre ai navigatori e tutti gli altri, ci siano autori ben più di me all’altezza di un progetto così significativo. Non per passare alla storia ho lanciato questa proposta, ma con la speranza di aprire un dibattito sul cosiddetto ‘Inno di Mameli’. Se è così importante come manifestano i nostri rappresentanti istituzionali, che con occhi lucidi e la mano sul cuore intonano di esser pronti alla morte, spero lo dimostrino non solo nella forma, ma restituendo la dignità e l’attenzione che merita al più forte elemento simbolico che, insieme al tricolore, rappresenta l’Italia. 

 

L’  I  N  N  O      D E G L I      I  T  A  L  I  A  N  I

 

FRATELLI  D’ITALIA

L’ITALIA E’ QUESTA

DAI  MARI   AI  MONTI

ALZIAMO  LA  TESTA

PERCHE’  LA  VITTORIA

E’  GIA’  NELLA  STORIA

CHI  GRANDE  E’  GIA’  STATO

PIU’  GRANDE   SARA’

FRATELLI    SORELLE

ORGOGLIO  D’ITALIA

CONQUISTA  DEI  PADRI

DELLA  NOSTRA  PATRIA

NOI  FIGLI  SAPPIAMO

CHE  E’  GRAZIE  AL  CORAGGIO

DI  LOTTE  LONTANE

L’ITALIA  CHE  C’E’

IL  CUORE  D’ITALIA

E’  SEMPRE  PIU’  FORTE

IN  QUALUNQUE  SORTE

NON  SI  FERMERA’

PORTIAMO  L’ITALIA

OVUNQUE  NOI  SIAMO

E’  TUTTA  DA  AMARE

IDDIO  LA  CREO’

enrica bonaccorti – 1998

 

 

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>