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Mea culpa, Oriana..

8 Agosto 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Le preferenze.. l’eleggibilità.. gli 80euro.. argomenti che ‘fanno titolo’ e persino talk-show, ci si accapiglia, si urla.. Ma non sento discutere con gli stessi toni della sempre maggiore espansione dell’Isis, negli ultimi tempi in decisa accelerazione occupando vaste porzioni di Irak e Siria. Il fine dichiarato è la costruzione di un territorio islamico ‘puro’, tanto che il 3 gennaio di questo anno l’Isis si è dichiarato Stato indipendente, e il 29 giugno scorso si è autoproclamato Califfato dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Poco importa che non sia riconosciuto dall’Onu e tantomeno da Iraq e Siria, che rivendicano quei territori come parte integrante dei loro Stati, poco importa perché non sono queste le voci che possono essere ascoltate da chi progetta il dominio assoluto in nome di Dio, comunque lo chiami. Ricordo bene quanto mi dispiaceva ascoltare Oriana Fallaci che amavo moltissimo, ma dalle cui posizioni su questo mi sentivo lontana. Ora m’inchino a Cassandra, che come sempre non sbaglia. Chissà cosa direbbe oggi, se come me sentirebbe l’impellente necessità di una reazione precisa e decisa dell’Occidente, ben oltre l’espulsione di un iman troppo sincero. Bisognerebbe sbrigarsi a organizzare un confronto fra i tutti i Paesi occidentali e i Paesi coinvolti che, pur di fede musulmana, rifiutano la furia jihadista e i suoi crimini assoluti contro l’umanità. L’obiettivo dichiarato è quello di imporre la sharia nel territorio del Califfato, che come suggerisce l’inclusione del termine ‘Levante’ si dovrebbe allargare a Giordania, Libano, Kuwait, Palestina, persino parte della Turchia, e ovviamente la distruzione di Israele e di ogni ebreo sulla faccia della terra. Ma ogni altra fede è condannata a morte, a partire dal Cristianesimo. Sappiamo quello che stanno patendo i cristiani, migliaia di famiglie hanno abbandonato le loro case e ogni bene, mentre l’avanzata dei jihadisti continua e sembra inarrestabile. Mentre scrivo, leggo che le forze dell’Isis sono arrivate a un’ora d’auto da Bagdad. Non ho volutamente parlato del trattamento riservato al genere femminile, che pare Allah consideri fonte di tutti i mali, perlomeno nell’interpretazione di questi musulmani. È da quando l’organizzazione Boko Haram ha rapito le studentesse, che non passa giorno senza che io le pensi, poi le 500 ragazze rapite dai jihadisti nei giorni scorsi, e ora la speranza che le due piccole, meravigliose cooperanti italiane sparite non siano in quelle mani. Ripeto, non ho volutamente dato spazio all’evidente problema del genere femminile perché mi fa troppo male parlarne, quasi come mi fa male non sentire parlare abbastanza di tutto questo.

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Violenza senza confini geografici né anagrafici

24 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

La violenza sulle donne purtroppo non prevede confini, né geografici né anagrafici: in ogni luogo del mondo, uomini di ogni età compiono atti violenti contro le donne. Perché? Ma la prima domanda che mi faccio è: quand’è che le donne hanno cominciato a camminare due passi dietro all’uomo? Gli antropologi ci hanno spiegato che i primi esseri umani non collegavano le nascite al rapporto fisico. Allora quando i maschi ci vedevano gonfiarci e poi fare uscire dal nostro corpo un altro essere vivente, avrebbero dovuto venerarci come dee, oppure temerci come streghe.. perché siamo diventate serve? Certo, all’inizio la forza fisica era il primo requisito per il potere, ma anche quando i muscoli sono diventati meno importanti, i passi delle donne sono rimasti lenti e faticosi. Sì, la Chiesa ci ha concesso l’anima e i governi il voto, ma noi volevamo semplicemente essere cittadine con gli stessi diritti dei cittadini, non solo mogli piene di doveri. Ma ho l’impressione che qualsiasi spiegazione si enunci, comunque una più o meno velata responsabilità della donna affiorerà sempre. D’altra parte, c’è tutta una religione che si poggia pesantemente sulle spalle di una donna affamata e curiosa.. siamo così piccoli quando sentiamo parlare di Eva, della mela, del serpente attorcigliato all'albero.. e se ti entra in testa a tre anni non è facile dimenticare per colpa di chi abbiamo perso il Paradiso. Poi cresciamo, ma senza che nessuno ci dica chiaramente che quella era una metafora per spiegare il senso del peccato. Anche se credo che si sarebbe potuto trovare di meglio, senza dare fin dall’inizio colpa di tutto a una donna... lei osò disobbedire e noi tutte ne paghiamo ancora le conseguenze. "Dio l’ha punita, perché dovremmo accettare noi altre disobbedienze?" sembrano urlare certe cronache che riportano ammissioni di colpa quasi orgogliose. La cultura ne uccide più della natura.. oltre a un’automatica reazione annidata nella parte più antica del nostro cervello, in quel rettiliano che ci condiziona ‘a nostra insaputa’ come direbbe qualcuno. Fatto sta che quando entriamo in questo territorio, alcune sensibilità reagiscono automaticamente, si può dire ancestralmente. C’era questo ‘automatismo’ nelle mani dell’uomo che ha ucciso la moglie e i due piccolissimi figli in una linda villetta della civile Lombardia? Forse, ma credo piuttosto che in questa tragedia della crudeltà vi sia un ulteriore elemento che arma la violenza contro il genere femminile: non solo il classico possesso inteso come orgoglio, quello che fa uccidere per un rifiuto, ma il possesso ‘oggettivato’, la depersonalizzazione della donna declassata a oggetto. In questo caso un oggetto ingombrante. Per quel marito più giovane e più in forma, sua moglie e i suoi figli che non erano una donna e dei bambini, ma solo ancore che andavano disincagliate se voleva tornare a veleggiare. In fondo, basta un coltello per tagliare la cima o per sgozzare la moglie e i bambini, non più una famiglia ma solo zavorra. Senza arrivare all’acme di crudeltà di questo caso, purtroppo per alcuni uomini siamo oggetti, prima del desiderio, poi da eliminare. La recentissima legge che permette separazioni consenzienti in sei mesi andrebbe sostenuta, divulgata, spalmata su una popolazione di donne a rischio: se vedete che le cose si mettono male, proponetela voi! Forse dovrete ingoiare l’orgoglio, perderete qualche privilegio, ma guadagnerete la tranquillità, in certi casi persino la vita. Non c’è prezzo. Per quanto riguarda gli uomini, torno all’educazione, al fattore culturale. Conosciamo e abbiamo individuato i modelli negativi, la televisione, la moda, i social network.. se ne disquisisce spesso e con toni accesi, ed è tutto giusto, anche i toni accesi. Ma non sento  grida di dolore sul fronte dell’educazione primaria, quella delle madri e dei padri fra le mura domestiche, i comportamenti, le parole, persino le barzellette.. in un’età in cui il nostro cervello è come creta, e se poggi un dito lasci l’impronta per sempre, i primissimi imput sono difficili da smontare, non è innocuo nulla, neppure quel ‘femminuccia’ dato come dispregiativo. Ma sulle colpe educative della famiglia si tende a minimizzare, a sorvolare.. che sarà mai, sembra di leggere negli occhi, una battuta come ‘chissà quante fidanzatine avrai da grande’ o peggio ‘tu sei il maschio di casa, fatti sentire’? Tanto sono bambini, che possono capire.. Tutto. Nel senso che tutto rimane, ogni parola, ogni stimolo, ogni riflesso emotivo fa un nido perenne che a diversi livelli condizionerà per sempre i nostri comportamenti. Può sembrare un discorso da un lato troppo severo dall’altro troppo semplice, ma se ai fondamentalisti l’unico alibi che si può dare è il pensiero unico che li ha condizionati fin dalla nascita, dobbiamo dare più peso alla formazione dei pensieri dei nostri figli, dare attenzione a quello che arriva ai loro occhi dai vari video ma anche dai nostri atteggiamenti domestici, abbandonare superficialità, ignoranza e pigrizia educativa, che possono fornire strumenti di violenza più di ogni cattiva compagnia. Da piccoli siamo vasi vuoti, è a seconda di come ci riempiono che diventiamo fioriere o bidoni della spazzatura. Ma dato che sono le madri le prime 'giardiniere'.. è sempre colpa delle donne!

 

 

 

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Almeno non chiamiamolo Inno di Mameli

15 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

ECCO PERCHE' : ANALISI E PROPOSTA

Durante i Mondiali del ’98, i titoli dei giornali dettero molto spazio allo ‘scandalo’ dei nostri calciatori che rimanevano a labbra serrate o confuse durante l’esecuzione del nostro Inno, considerando però l’attenuante del testo, difficile non solo nella memorizzazione, ma anche nella comprensibilità dei termini e persino dei suoi significati. In quell’occasione il nostro ex presidente Ciampi così si espresse: “Il nostro Inno è una marcetta, ma ormai quando sentiamo le prime note e soprattutto le prime parole, Fratelli d’Italia,  il nostro spirito nazionale si alza automaticamente in piedi pronto a cantare con la mano sul cuore”. Furono esattamente queste le frasi che mi fecero scaturire l’idea, semplice e al tempo stesso sorprendente anche per chi l’ha pensata: e se si modificasse il testo? Mantenendo la musica e le prime irrinunciabili parole ‘Fratelli d’Italia’, si potrebbero cambiare le altre. Senza arrivare ai versi che non si pronunciano mai “il ‘sangue polacco bevè col cosacco” oppure “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, il testo del  nostro Inno non ha un solo verso che possa trasmettere un’aggregante emozione nazionale. Al contrario se pensiamo a quel “schiava di Roma” che, pur se si è (forse) capito che si riferisce alla vittoria, è sempre e ovunque, per chi più per chi meno, irritante. E non ci si può certo entusiasmare dichiarando ripetutamente “siam pronti alla morte siam pronti alla morte” o cantando la seconda strofa che la musica prevede: “noi siamo da secoli calpesti e derisi”.. Forse per questo, da quando è ‘tornato di moda’ cantarlo, ripetiamo solo la prima strofa per due volte? Con queste parole è più facile deprimersi che entusiasmarsi. Credo che da un Inno ci si debba aspettare altro. Non sarebbe difficile adeguarlo. In altre nazioni l’hanno fatto, Belgio e Polonia fra gli altri, ma l’esempio più forte ci viene dalla Russia, dove, nel momento dello smantellamento di tutti i simboli riconducibili al passato comunista, si era sostituito l’Inno tradizionale con uno nuovo di zecca, per nulla accettato dal popolo. Il governo decise allora di tornare a quello tradizionale, ma lasciando solo la musica e cambiando le parole, versione subito approvata e che tuttora rappresenta la nazione. Si potrebbe intervenire allo stesso modo in Italia, sempre rispettando gli alti concetti e la grande storia che hanno portato all’indipendenza il nostro Paese. Come suggeriva Ciampi, cambierei tutto ma non quel perfetto ‘Fratelli d’Italia’ che così positivamente ci identifica, le sole parole del testo belle e giuste, le uniche che possano stimolare il senso di appartenenza che un Inno richiede. Ma nel nostro Paese qualsiasi proposta alternativa ha trovato solo silenzio, fastidio e tanta ironia. Eppure c’è molto da dire, a iniziare dal titolo: quanti lo conoscono? Da tutti, e in ogni sede, viene chiamato Inno di Mameli. Se chiedi il vero titolo la prima reazione è di stupore, poi si azzarda ‘Fratelli d’Italia’. Alla notizia che neppure questo è giusto, arriva solo un attonito silenzio. “Il Canto degli italiani” di Novaro – Mameli,  ecco il titolo esatto e sconosciuto. Fra l’altro mi chiedo: perché lo chiamiamo Inno di Mameli e non di Novaro? Sarebbe come dire l’Aida di Ghislanzoni e non l’Aida di Verdi, il Flauto magico di Shikaneder e non di Mozart! Nella formulazione degli autori si cita sempre il musicista, non il paroliere.

Sembra quasi un ‘accanimento di paternità’, e forse lo è, perché pare che il cosiddetto ‘Inno di Mameli’ non  sia stato scritto da Mameli! Molti indizi portano a considerare altamente probabile che il giovane Goffredo si sia attribuito la paternità di un testo scritto dall’anziano Priore del convento di Càrcare nell’entroterra savonese, dove il ragazzo, ricercato per sommossa dopo un pestaggio con un compagno, si era rifugiato. Quello che è certo, è il racconto che lo stesso Michele Novaro fece anni dopo in occasione di una commemorazione di Mameli: il testo del nostro Inno gli arrivò a Torino proprio da quel convento tramite Ulisse Borzino che era passato a trovare l’amico comune Goffredo, e gli chiedeva di musicarlo. Fra l’altro, il ventiduenne Michele Novaro si emozionò talmente che s’infiammò nel vero senso della parola: cominciò a comporre la musica ma “nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio”. Altri spunti di riflessione sono le lettere che Goffredo spedì in quei mesi dal convento all’amico Canale o alla madre, che documentano uno stile di scrittura povero, molti errori di grammatica e un autoritratto ben poco eroico: “Sono arrivato ‘morto di sogno’ ma io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno, e questo è l'ideale del mio Paradiso, spero che voialtri farete al­trettanto!”  Questo lo stile del ragazzo di 19 anni negli stessi giorni in cui avrebbe scritto il nostro Inno, ben lontano da quello dei versi che conosciamo, in ritmo senario, con i numerosi riferimenti colti di chi ha fatto studi approfonditi su secoli e secoli di storia, tanto che i numerosi rimandi storici arrivano al 1176, quando la Lega dei Comuni sconfigge il Barbarossa! Al contrario Padre Atanasio Canata, il Priore del convento di Càrcare da cui era partito il prezioso foglio, era conosciuto proprio come erudito letterato, prolifico autore di orazioni e versi che richiamano quelli del nostro inno in modo inequivocabile. “La Patria chiamò” conclude una delle sue odi. Così lo analizza un autorevole storico, esperto della nostra storia risorgimentale: “Tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana, lo stesso che si ritrova nell’Inno: “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli / le vie del Signore”. E a noi rivelano che l’autore era un papista, non un rivoluzionario mazziniano”. Inoltre fra le ultime composizioni del Priore ci sono alcuni versi che fanno riflettere: “Meditai robusto un canto / ma venali menestrelli si rapìan dell’arpa il vanto / Sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto / e aspettando nel suo cuore / si rinchiuse il pio cantore” e addirittura in un appunto: “E scrittore sei tu? Ciò non mi quadra, una gazza sei tu, garrula e ladra”. Come non riflettere leggendo queste parole..
Ma se si ripercorre la storia de “Il Canto degli italiani” emergono molte altre cose interessanti e curiose. Per esempio che già pochi mesi dopo la sua prima esecuzione, si pensò di sostituirlo. Mazzini chiese una nuova musica a Giuseppe Verdi, e pensò di affiancargli Mameli per le parole. Ma il testo proposto dal ragazzo Goffredo, dall’aggressivo titolo ‘Il Canto di guerra’, non fu – per usare un eufemismo – molto apprezzato, e fece la stessa fine rovente del foglio sul cembalo di Novaro, finendo, questa volta non accidentalmente, nel fuoco di un camino. E così rimase ‘Il Canto degli Italiani’, destinato a divenire di lì a poco ‘l’Inno di Mameli’ per la morte prematura del ragazzo: ferito accidentalmente dalla baionetta di un commilitone, come egli stesso scrisse alla madre, venne curato male, subì troppo tardi l'amputazione della gamba e morì poco dopo. Attorno a Mameli crebbe la leggenda dell’eroe e del poeta, e nel bene e nel male se ne fece il campione di una realtà che non era la sua. Inno compreso.

Insomma: noi ci teniamo un Inno che non ci piace, difficile da capire e difficile da ricordare, lo chiamiamo invece che con il suo vero titolo Il canto degli italiani, ‘Inno di Mameli’ col nome di un più che probabile falso autore, non della musica, che di regola individua il brano, ma delle famose e fumose parole. Mi sembra che ci sia molto su cui riflettere. Ma nessuno si è mai voluto far carico di un approfondimento sicuramente scomodo e impopolare, come a volte è scomoda e impopolare la verità. Peccato, perché credo che in questo Paese ci sia un gran bisogno e una gran voglia di verità. Forse fare questa ‘rivoluzione’ intorno al nostro Inno stimolerebbe la rinascita di quell’orgoglio nazionale che dà forza e coesione ai popoli nei momenti difficili, e senza invocare né la morte né la ‘coorte’. Da semplice cittadina che non resiste alla passione per le sue idee e per il suo Paese, spero che qualcuno trovi il coraggio di... avere coraggio, e affrontare una  semplice verità: ci sono forti, a volte evidenti probabilità che il nostro Inno nazionale, il cosiddetto ‘Inno di Mameli’, non sia di Mameli. Non si può licenziare senza vaglio e approfondimento un simbolo così importante, che fuori da ogni logica, ma forse non a caso, è rimasto ‘provvisorio’ per un tempo così lungo, Ma ora, in raro accordo trasversale, la politica dichiara “viva soddisfazione per il disegno di legge Mameli”. Ma come si può essere contenti di essere rappresentati da un falso? Almeno fosse un capolavoro.           

grazie per l’attenzione   Enrica Bonaccorti

P.S.

Corredo la proposta di modifica del testo con un’ipotesi che - tengo a precisare - non vuole proporsi come ‘testo alternativo’, ma piuttosto come un esempio, spero perlomeno plausibile, che si possano esprimere gli stessi concetti comprendendo ciò che si dice. Provare a cantarlo per credere. Ma sono certa che in un Paese di poeti, oltre ai navigatori e tutti gli altri, ci siano autori ben più di me all’altezza di un progetto così significativo. Non per passare alla storia ho lanciato questa proposta, ma con la speranza di aprire un dibattito sul cosiddetto ‘Inno di Mameli’. Se è così importante come manifestano i nostri rappresentanti istituzionali, che con occhi lucidi e la mano sul cuore intonano di esser pronti alla morte, spero lo dimostrino non solo nella forma, ma restituendo la dignità e l’attenzione che merita al più forte elemento simbolico che, insieme al tricolore, rappresenta l’Italia. 

 

L’  I  N  N  O      D E G L I      I  T  A  L  I  A  N  I

 

FRATELLI  D’ITALIA

L’ITALIA E’ QUESTA

DAI  MARI   AI  MONTI

ALZIAMO  LA  TESTA

PERCHE’  LA  VITTORIA

E’  GIA’  NELLA  STORIA

CHI  GRANDE  E’  GIA’  STATO

PIU’  GRANDE   SARA’

FRATELLI    SORELLE

ORGOGLIO  D’ITALIA

CONQUISTA  DEI  PADRI

DELLA  NOSTRA  PATRIA

NOI  FIGLI  SAPPIAMO

CHE  E’  GRAZIE  AL  CORAGGIO

DI  LOTTE  LONTANE

L’ITALIA  CHE  C’E’

IL  CUORE  D’ITALIA

E’  SEMPRE  PIU’  FORTE

IN  QUALUNQUE  SORTE

NON  SI  FERMERA’

PORTIAMO  L’ITALIA

OVUNQUE  NOI  SIAMO

E’  TUTTA  DA  AMARE

IDDIO  LA  CREO’

enrica bonaccorti – 1998

 

 

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Nelle mani dei cittadini..

13 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

L’istituto del Referendum mette nelle mani dei cittadini decisioni importanti, un forte cambiamento di rotta, visto che è una manovra abrogativa. Temi di grande peso, su cui il coinvolgimento diretto dei cittadini è vissuto e venduto come una grande conquista della democrazia. Mi era sempre sembrata una considerazione talmente giusta e scontata da essere banale. Ma cinque anni fa mi è capitato per lavoro di approfondire un tema tuttora in primo piano, la gestione del cosiddetto ‘fine-vita’, su cui appunto si è ventilata l’ipotesi di un referendum. Senza entrare nel merito, posso con chiarezza affermare che delle mie convinzioni l’unica rimasta in piedi è quella dell’autodeterminazione, tutto il resto, tutto ciò che pensavo di sapere se pure superficialmente, era sbagliato. Ho capito che non si possono affidare decisioni su un tema così articolato a un Referendum, per sua natura manicheo. Ho capito soprattutto che mettere in mano ai cittadini uno strumento così possente come il Referendum, non è sempre una conquista democratica, ma può diventare strumento ad altrui servizio. Con il nostro voto noi ratifichiamo la nostra opinione, ed è sicuramente democrazia poterla esprimere qualunque essa sia. Ma ce la chiedono senza darci le informazioni corrette, è democrazia malata. Il grande prezioso diritto dei cittadini a esprimersi andrebbe accompagnato dall’altrettanto prezioso diritto ad avere le informazioni giuste, scientificamente corrette, superando ideologie e fedi diverse. Ma se le onde emotive possono creare tsunami intorno ai grandi temi etici, intorno alle persone possono far nascere veri e propri ‘Vitelli d’oro’. Pensando alla madre di tutti i Referendum, l’elezione diretta del Capo dello Stato, ricordo soltanto che ci fu un periodo in cui in America si diceva che, se si fosse candidato, Elvis Presley sarebbe sicuramente diventato Presidente.

 

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Mobbing: discriminazioni e differenze

20 Maggio 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Quando sono stata invitata dall’Enea a intervenire al Convegno sul Mobbing, ho avuto la tentazione di addurre qualche scusa.. alla sola parola ‘mobbing’ credo che a ognuno di noi affiorino alla mente momenti, episodi, situazioni e sensazioni, che abbiamo dovuto attraversare  dolorosamente, a testa bassa, per andare avanti. Ma non sono i personalismi a rappresentarci la situazione, anche perché nella nostra cultura la denuncia del  mobbing significa solo lamento, e se la denuncia può avere risvolti positivi o negativi a seconda del contesto, il lamento è sempre negativo, dunque non solo inutile ma anche dannoso. Resta il silenzio, che a volte si squarcia soltanto dopo anni, come se il tempo desse una prescrizione anche alla nostra rinuncia a reagire. Come per altre falle sociali, nel nostro Paese c’è una acquiescenza rassegnata al mobbing, pericolosa perché può inculcare anche una cripto-motivazione che lascia al bersaglio la colpa appunto di essere bersaglio, la sottesa responsabilità di chi non si sa difendere.. c’è da essere disperati? Magari! Il fatto è che noi siamo ‘disperanti’ nel senso che la ‘disperanza’ è la disperazione con la rassegnazione incorporata. Quanto di peggio, perché porta alla stagnazione, alla difesa del nulla per paura di perdere persino quello che non abbiamo, e così accettiamo, non denunciamo, non proviamo a cambiare. Perché la disperazione porta alla rivoluzione, la disperanza alla rinuncia! Un’acquiescenza che di questi tempi a volte vediamo sfaldarsi, magari affidandosi a una denuncia pubblica tramite un programma televisivo come le Iene. Cosa ci dice questo? Che senza la prova provata, senza la prova spettacolarizzata, la denuncia del mobbing resta lamento. Forse sono da considerare anche retaggi secolari nella parte più antica del nostro cervello, quel rettiliano che ci condiziona ‘a nostra insaputa’ come direbbe qualcuno, ma importanti e responsabili sono anche e soprattutto i primissimi imput che, in un’età in cui il nostro cervello è come creta, e se poggi un dito lasci l’impronta per sempre, spesso con superficialità riceve immagini che fanno il nido, così difficili poi da smontare.. uno per tutti il famoso ‘uomo nero’, ‘femminuccia’ come dispregiativo o ‘maschione’ come complimento. Ogni storia è a sé, ma quando l’azione è rivolta non al singolo nell’ambito lavorativo o nel suo ristretto gruppo sociale, ma colpisce orizzontalmente parti della società solo perché considerate differenti per una qualsiasi ragione, dobbiamo interrogarci sul concetto di differenza e normalità. Ma che cosa vuol dire Normalità? Sono andata a cercare i sinonimi e ho trovato abitudine – regolarità – prassi – consuetudine – ordine. Giuro che mi sono stupita: nulla che riguardi la Natura? Allora normale non vuol dire naturale, come in fondo in fondo si pensa. Se il sinonimo di normalità è consuetudine, è la cultura, non la natura, che decide e definisce cosa sia normale e cosa no. Dunque è una questione di numeri. Se la maggioranza è così o pensa così, questo ‘così’ diventa la normalità, dunque la cosa giusta e chi non la segue è legittimamente bersaglio di mobbing? E no, questa è la consuetudine per noi, per altri gruppi sociali è diverso. Eccola la parola che si oppone a normale: diverso. E qui cominciano i problemi, perché diversità vuol dire pericolo, il diverso si teme, si esclude, si combatte, si elimina addirittura, come la cronaca ci racconta. L’esempio principe dell’essere ‘diverso’ è sicuramente l’omosessualità, e anche chi non reagisce con violenza, troppo spesso si chiede se l’omosessualità sia una cosa naturale. La risposta viene dalla scienza, e chiama in causa proprio quella Madre Natura tanto invocata da chi bolla questa ‘diversità’ come innaturale: l'accoppiamento omosessuale è comune in centinaia di specie animali, nonostante non porti alla riproduzione. Dunque non possiamo dire che è innaturale, anzi,  altro che ‘contro natura’! Riflettiamo piuttosto sul fatto che in tutto il regno animale, l'unica specie in cui coesistono omosessualità e omofobia è quella umana. Invece, in tutte le specie purtroppo troviamo la discriminazione del ‘diverso’ in senso lato: si discrimina chi è malato, persino chi non è in forma, chi si comporta in modo troppo disuguale, chi non s’intruppa, chi fa scelte di vita particolari, magari non allineate con i traguardi più condivisi. Ma da quando è affiorato nella coscienza sociale (o forse solo nel trend sociale) il concetto della tolleranza, ci siamo sentiti più civili, più buoni, più moderni.. certamente meglio dell’intolleranza, ma vorrei approfittare di questa occasione per sottolineare piuttosto che anche  il termine ‘tolleranza’ a mio avviso è pericoloso, in quanto inocula il concetto della prevalenza: io ti tollero nonostante tu sia diverso, nonostante tu non sia ‘normale’ come me. È quanto di più untuoso noi possiamo offrire alla nostra coscienza, che deve accogliere, non tollerare. Invece di discriminare le differenze, dovremmo approfittarne per arricchirci, non aver paura di impoverirci. Proprio la paura arma il mobbing, e l’ignoranza lo permette. Come essere umani sostenuti da quella cultura di cui tanto ci vantiamo, noi avremmo gli strumenti per fare ragionamenti articolati.. ma resta la potenza della cattiva fede. Contro questa, non so che dire. Dato che ho iniziato con i sinonimi, finisco con i contrari: il contrario di ‘diverso’ è ‘uguale’, il contrario di ‘normale’ è ‘eccezionale’. Dunque, anche il vocabolario toglie ogni alibi!  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                              

 

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Il mugugno e il fattore 'G'

22 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

"G" come Genova, la mia città. Una città lunga, distesa ad arco intorno alla sua "Janua", porta stretta che affaccia sul mare. Ma siamo stretti dappertutto.. siamo stretti fra mare e Piemonte, siamo stretti nei vicoli, le vigne hanno lo spazio dei rampicanti, chiamiamo piazze degli slarghi. Viviamo stretti l'uno all'altro e siamo stretti anche nell'esternare, stringati nelle parole e nelle spese. Si vive in sottrazione, a Genova l'eleganza è non farsi notare, più pronti al giudizio che all'entusiasmo. Preferiamo criticare che festeggiare, vuoi mettere la soddisfazione.. È famoso l'accordo degli antichi marinai genovesi che fra le due opzioni, 100 lire e niente commenti, oppure 80 e mugugno libero, sceglievano massicciamente quest’ultima. Potersi lamentare, poter criticare, per noi non ha prezzo. Difficile far cambiare opinione a un genovese, non si fanno sconti né in negozio né nell’anima luterana, che al contempo offre garanzie rare nel nostro Paese: affidabilità diffusa, efficienza puntigliosa, serietà. Esclusi i perditempo. Perché il tempo è denaro, potrei chiosare con una battuta, ma non è questo. È lo spreco che è insopportabile. Fin da piccoli siamo educati anche in famiglie senza grandi problemi o addirittura abbienti, a considerare lo spreco come uno dei peggiori comportamenti, e se si traspone questo a livello dello spreco nazionale, il mugugno sale al cielo, dove scolora la B di Bengodi e si staglia la G di Genova. E nu ghe n’è ciù per nisciun..

 

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Fine-vita basta tifo e ideologie spazio a ragione e scienza

20 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Il Presidente Napolitano chiede un sereno e approfondito confronto di idee sul tema del cosiddetto ‘fine-vita’, ed è quello che tutti ci auspichiamo per dare una base strutturata a eventuali interventi legislativi, che senza fondate indagini e competenti ricerche potrebbero aggiungere problemi invece che risolverli. Ma da qualche anno mi sembra si voglia ridurre il dibattito a uno scontro fra due diverse fazioni, improntate a scelte aprioristiche, con riferimenti alle ideologie e alla fede. Non si ragiona, si fa il tifo, sembra non si voglia saper nulla che possa incrinare il manicheismo a cui sembra obbligatorio adeguarsi. Forse perché c’è una diffusa ignoranza sull’argomento, trattato anche nelle sedi di più alta responsabilità con evidente non conoscenza né dei termini con cui parlarne né dei necessari aggiornamenti sulla materia. Come pensare che possa legiferare bene chi padroneggia male un tema così delicato e così articolato? Fino a cinque anni fa mi sarei automaticamente fidata e avrei sposato senza esitazione ogni iniziativa che permettesse di ‘staccare la spina’ come normalmente si dice.
Oggi, pur mantenendo la stessa convinzione all’autodeterminazione, dopo l’approfondimento sul tema che ho dovuto operare per la stesura di un mio libro che, pur non essendo un trattato ma un romanzo, si muoveva in questo territorio clinico con molte informazioni sul tema, mi permetto di chiedere di abbandonare il tifo e dare spazio alla ragione. Non per gloria ma per giustificare questo mio intervento, aggiungo che il libro in questione “L’uomo immobile” edito da Marsilio, è stato incluso dal Ministero della Salute nel novero delle pubblicazioni che hanno più correttamente divulgato una sindrome clinica, e nei ringraziamenti finali appaiono nomi di accreditati neurologi. In una parola, tutto quello che ho appreso e scritto è scientificamente corretto. Ma noi cittadini, su un tema etico così importante, siamo tenuti in un’ignoranza scientifica tale a cui con facilità e spregiudicatezza la politica può mettere in testa un cappello coi paraocchi, fino ad arrivare a parlare di possibili gravidanze o all’opposto di ‘povere patate’. Che vergogna in tutti e due i casi. Di questi tempi sembra quasi che la Chiesa Cattolica sia più aperta della attuale legislazione italiana. Presentando il prossimo Cortile dei Gentili sul ‘fine vita’ che si terrà il 28 marzo alla Camera dei Deputati, il cardinale Gianfranco Ravasi che ne è l’organizzatore, si è così espresso: “Le questioni bioetiche meritano continui approfondimenti e non è possibile affidarsi, come sovente capita, a slogan e semplificazion
i””. Nel leggere le sue parole, non ho potuto non pensare a chi, dopo aver letto ‘L’uomo immobile’ mi ha chiesto: “Non ho capito se lei è pro-vita o pro-morte..” ProVercelli! ho risposto desolata, in linea con il senso di tifoseria che si è instaurato su questo delicato argomento. Se vogliamo affrontare seriamente l’argomento, dovremmo sapere di che e soprattutto di chi si parla, e se non è certo nostro dovere informarci, è sicuramente un nostro diritto avere informazioni corrette, spesso molto diverse da quelle che circolano abitualmente di bocca in bocca, anche in quelle più autorevoli.. Papa Francesco ci ripete in mille modi che bisogna prestare attenzione alle questioni concrete, che i casi umani devono superare i dibattiti, anche in ambito teologico. Figurarsi in questo complesso campo neurologico, in cui c’è veramente ‘caso e caso’. Seguendo questa linea di pensiero, credo che il primo impegno di uno Stato, mentre si documenta a fondo sulla materia, dovrebbe essere il sostegno alle migliaia di famiglie che in casa, a volte per anni, con infinito amore e infinito sacrificio si occupano di un loro caro. È questa l’emergenza, ma si può capire solo se si considerano questi nostri concittadini malati dei grandi disabili e non degli inutili moribondi.

 

 

Roma – 19 marzo 2014                                                                   enrica bonaccorti

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fine-vita Ma voi sapete quanto può durare il coma?

19 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Devo premettere che la mia personale convinzione rispetto al tema del cosiddetto ‘fine-vita’, è che l’autodeterminazione sia un diritto di ogni individuo. Detto questo, e proprio per questo, credo che intervenire legislativamente su questo tema come auspica il nostro Presidente Napolitano, possa portare ulteriori problemi invece di risolverli, e la prima ragione è la diffusa ignoranza sull’argomento, trattato anche nelle sedi di più alta responsabilità con evidente non conoscenza né dei termini con cui parlarne né dei necessari aggiornamenti sulla materia. Come pensare che possa legiferare bene chi non padroneggia un tema così delicato e così articolato? Fino a cinque anni fa mi sarei automaticamente fidata e avrei sposato senza esitazione ogni iniziativa che permettesse di ‘staccare la spina’ come normalmente si dice. Ora invece, rimanendo sempre convinta che l’unico padrone della nostra vita siamo noi, mi permetto dei severi distinguo dopo l’approfondimento sul tema che ho dovuto operare durante la stesura di un libro che, pur non essendo un trattato ma un romanzo, si muoveva in questo territorio clinico dando molte informazioni sul tema in questione. Non per gloria ma per giustificare questo mio intervento, devo aggiungere che il libro in questione “L’uomo immobile” edito da Marsilio, è stato premiato dal Ministero della Salute nel novero delle pubblicazioni che hanno più correttamente divulgato una sindrome clinica, e nei ringraziamenti finali appaiono i nomi dei più accreditati neurologi nel nostro Paese. In una parola, tutto quello che ho appreso e che ho scritto è scientificamente corretto. C’è da dire che noi cittadini, su un tema etico così importante, siamo tenuti in un’ignoranza scientifica tale a cui con facilità e spregiudicatezza la politica a caccia di voti può mettere in testa un cappello coi paraocchi, fino ad arrivare a parlare di possibili gravidanze o all’opposto di ‘povere patate’. Che vergogna in tutti e due i casi. Ci sono quasi 5.000 famiglie in Italia che ‘coltivano patate’ in casa, con enorme amore e sacrificio, e con esigui aiuti dallo Stato. Se vogliamo affrontare seriamente l’argomento, dovremmo sapere di che e soprattutto di chi si parla, e se non è certo nostro dovere informarci (a me è capitato potrei dire per caso) è sicuramente un nostro diritto avere informazioni corrette. Che sono molto diverse da quelle che circolano abitualmente di bocca in bocca, anche in quelle più autorevoli. Un esempio per tutti: fino a cinque anni fa se mi avessero chiesto quanto può durare il coma, avrei risposto che non si può sapere, oppure che si può restare in coma per anni, anche per tutta la vita. Ora conosco la risposta giusta, quella non per sentito dire, ma scientifica, e ovviamente la scienza è più precisa: il tempo del coma è al massimo di tre, quattro settimane. Poi o muori, o esci dal coma per entrare in una delle varie forme di stato vegetativo, con un ampio ventaglio di variabilità dei livelli di coscienza. All’inizio pensavo di avere capito male, poi ho pensato a un mero problema di termini (il che non è, sono stati molto diversi, così come anche la percezione delle parole ha pesi differenti..) poi, man mano, sul campo, confrontandomi con decine di neurologi e frequentando istituti e pazienti, ho capito tanto altro.. Potrei aggiungere molte ragioni di stupore nel percorso del mio approfondimento sul coma e sulle sindromi collegate al suo superamento, ma quello che maggiormente ho capito è che non possiamo tranciare opinioni senza aver avuto le informazioni corrette dalle giuste fonti. Dove le possono trovare i cittadini? Purtroppo non mi sembra nei media, dove dall’uso approssimativo dei termini ai toni dell’approccio all’argomento, opposti a seconda dei ‘credo’, s’ingenerano confusioni e e si accendono crociate, mentre noi cittadini siamo lasciati in balia di reazioni emotive e ideologie, deprivati degli strumenti del ragionamento. Credo che solo la Fede abbia il diritto di superare i ragionamenti terreni. Eppure in questi tempi sembra che proprio la Chiesa Cattolica sia più aperta della attuale legislazione italiana. Presentando il prossimo Cortile dei Gentili sul ‘fine vita’ che si terrà il 28 marzo alla Camera dei Deputati, il cardinale Gianfranco Ravasi che ne è l’organizzatore, così si è espresso: “Le questioni bioetiche meritano continui approfondimenti e non è possibile affidarsi, come sovente capita, a slogan e semplificazioni”. Nel leggere le sue parole, non ho potuto non pensare a chi, dopo aver letto ‘L’uomo immobile’ mi ha chiesto: “Non ho capito se lei è pro-vita o pro-morte..” ProVercelli! ho risposto desolata, in linea con il senso di tifoseria che si è instaurato su questo delicato argomento. Non si ragiona, si fa il tifo, diretta conseguenza di sbandierare opinioni senza avere le informazioni, e spesso ho la sensazione  neppure si cerchi di conoscerle, che non si voglia saper nulla che possa incrinare il manicheismo a cui sembra obbligatorio adeguarsi. Ma oltre la conclamata ignoranza, la materia è così articolata e variegata che le inevitabili rigidità di una legge non potrebbero dare le soluzioni capillari che migliaia di casi di questo tipo richiedono. Persino papa Francesco ci ripete in mille modi che la realtà deve andare oltre la teoria, che bisogna prestare attenzione alle questioni concrete, che i casi umani devono superare i dibattiti, anche in ambito teologico. Proprio seguendo questa linea di pensiero, credo che il primo impegno di uno Stato dovrebbe essere il sostegno alle migliaia di famiglie che in casa, a volte per anni, con infinito amore e infinito sacrificio si occupano di un loro caro. È questa l’emergenza, ma si può capire solo se si considerano questi nostri concittadini malati dei grandi disabili e non degli inutili moribondi. In questo campo la scienza continua a fare veloci passi avanti, tanto che la tecnologia più sofisticata può misurare le emozioni provate da chi non ce le può più comunicare, dimostrando che l’assenza dell’evidenza non sempre è l’evidenza dell’assenza. Ma dimostrando soprattutto che c’è caso e caso, e che noi dobbiamo pretendere che la nostra situazione clinica sia indagata con tutti gli strumenti che la scienza oggi ci mette a disposizione, in mano a medici aggiornati e senza filtri ideologici. Anche per dare le più corrette informazioni ai familiari, anche per  arrivare a capire la più corretta via per gestire la situazione. Applicando la legge del BS.I. il Buon Senso Informato, in attesa che si capisca come poter legiferare su una realtà così articolata, misconosciuta e in trasformazione. Intanto studiamo..

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IL MERITO

8 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

La formula del talent è già intrinsecamente legata al concetto di merito, ed è stata svolta con successo in varie declinazioni monotematiche, dalle classiche espressioni artistiche del ballo, canto e ora anche scrittura, alle più consuete attività sociali, la cucina, l’abbigliamento, la forma fisica, l’imprenditoria. In ognuno di questi campi il percorso per arrivare alla meta si basa sulla competenza e sul risultato, dunque essenzialmente sul  merito. Certamente può essere un aiuto avere doti come la bellezza, la spigliatezza o una qualsiasi particolarità accattivante, ma anche il saperle gestire in modo appropriato rientra nel concetto di merito. Questo è il punto: rivalutare il merito come prima pietra di paragone in ogni forma di attività, farlo tornare a essere la pietra filosofale cui tutti tendono, mentre oggi viene spesso vissuto come pietra di zavorra. Pietre preziose sono considerate le conoscenze, non la conoscenza! Sappiamo quanto il medium più invasivo, lo schermo che abita con noi in tutte le nostre case, sia determinante, quasi contagioso per i comportamenti sociali. Credo sia arrivato il momento di approfittarne per dare finalmente modelli positivi, una spinta a capire che si arriva alla meta con l’approfondimento, la dedizione, il rispetto di ciò che si vuole raggiungere. Ed è il merito il talento più poliedrico, ma ci vuole lavoro e concentrazione. Per alcuni sarà più dura, per altri meno, a seconda delle doti di base da cui si parte. Ma un talent che esalti la capacità onesta che porta al risultato, è una gara per essere migliori, non primi. Perché il vero premio è diventare migliori.

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La Presidenta

8 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Mi pare che il nostro Paese, che qualcuno vedeva come un’azienda, somigli più a  una famiglia litigiosa, sempre più allargata, parenti serpenti da tutte le parti..
Se il Presidente della Repubblica possiamo vederlo come il Pater familias che controlla, s’informa, interviene per tenere unito il nucleo familiare, è il Presidente del Consiglio il motore della casa, quello che dà la spinta e la direzione, che decide come amministrare le entrate, che sceglie chi è opportuno frequentare, quali regole seguire.. praticamente una moglie! Centinaia di milioni di donne sanno che è sulle loro spalle che la famiglia trova equilibrio, arriva a fine mese, fa crescere i figli, si presenta al mondo. Da sempre sono le donne il vero ‘sesso forte’, e gli uomini forti lo sanno. Ma se queste possono essere definite ‘opinioni’, sono ormai molte le pubblicazioni scientifiche che certificano differenze di genere significative nel cervello, la maggior parte a favore del genere femminile che abita il nostro pianeta. Lo abita ma non lo governa. Anzi... Eppure dalle indagini risulta che le donne sono meno corruttibili, nei test sono risultate nettamente migliori nella memoria e nel linguaggio, è dimostrato che nelle classi di sole ragazze il livello di apprendimento è migliore e più veloce, che con l’età le abilità mentali diminuiscono più negli uomini che nelle donne..
La lista delle “differenze significative” a favore della parte femminile del pianeta potrebbe continuare, ma lascio spazio a quelle della parte maschile: maggiore massa muscolare, migliore senso dell’orientamento, maggiore capacità di distinguere le forme geometriche. A un Premier saranno certamente utili anche queste doti, ma se tutte le altre sono più frequenti nel genere femminile, come mai è sempre così difficile far accomodare delle signore su questa e altre poltrone?

 

 

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