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Nelle mani dei cittadini..

13 Giugno 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

L’istituto del Referendum mette nelle mani dei cittadini decisioni importanti, un forte cambiamento di rotta, visto che è una manovra abrogativa. Temi di grande peso, su cui il coinvolgimento diretto dei cittadini è vissuto e venduto come una grande conquista della democrazia. Mi era sempre sembrata una considerazione talmente giusta e scontata da essere banale. Ma cinque anni fa mi è capitato per lavoro di approfondire un tema tuttora in primo piano, la gestione del cosiddetto ‘fine-vita’, su cui appunto si è ventilata l’ipotesi di un referendum. Senza entrare nel merito, posso con chiarezza affermare che delle mie convinzioni l’unica rimasta in piedi è quella dell’autodeterminazione, tutto il resto, tutto ciò che pensavo di sapere se pure superficialmente, era sbagliato. Ho capito che non si possono affidare decisioni su un tema così articolato a un Referendum, per sua natura manicheo. Ho capito soprattutto che mettere in mano ai cittadini uno strumento così possente come il Referendum, non è sempre una conquista democratica, ma può diventare strumento ad altrui servizio. Con il nostro voto noi ratifichiamo la nostra opinione, ed è sicuramente democrazia poterla esprimere qualunque essa sia. Ma ce la chiedono senza darci le informazioni corrette, è democrazia malata. Il grande prezioso diritto dei cittadini a esprimersi andrebbe accompagnato dall’altrettanto prezioso diritto ad avere le informazioni giuste, scientificamente corrette, superando ideologie e fedi diverse. Ma se le onde emotive possono creare tsunami intorno ai grandi temi etici, intorno alle persone possono far nascere veri e propri ‘Vitelli d’oro’. Pensando alla madre di tutti i Referendum, l’elezione diretta del Capo dello Stato, ricordo soltanto che ci fu un periodo in cui in America si diceva che, se si fosse candidato, Elvis Presley sarebbe sicuramente diventato Presidente.

 

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Mobbing: discriminazioni e differenze

20 Maggio 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Quando sono stata invitata dall’Enea a intervenire al Convegno sul Mobbing, ho avuto la tentazione di addurre qualche scusa.. alla sola parola ‘mobbing’ credo che a ognuno di noi affiorino alla mente momenti, episodi, situazioni e sensazioni, che abbiamo dovuto attraversare  dolorosamente, a testa bassa, per andare avanti. Ma non sono i personalismi a rappresentarci la situazione, anche perché nella nostra cultura la denuncia del  mobbing significa solo lamento, e se la denuncia può avere risvolti positivi o negativi a seconda del contesto, il lamento è sempre negativo, dunque non solo inutile ma anche dannoso. Resta il silenzio, che a volte si squarcia soltanto dopo anni, come se il tempo desse una prescrizione anche alla nostra rinuncia a reagire. Come per altre falle sociali, nel nostro Paese c’è una acquiescenza rassegnata al mobbing, pericolosa perché può inculcare anche una cripto-motivazione che lascia al bersaglio la colpa appunto di essere bersaglio, la sottesa responsabilità di chi non si sa difendere.. c’è da essere disperati? Magari! Il fatto è che noi siamo ‘disperanti’ nel senso che la ‘disperanza’ è la disperazione con la rassegnazione incorporata. Quanto di peggio, perché porta alla stagnazione, alla difesa del nulla per paura di perdere persino quello che non abbiamo, e così accettiamo, non denunciamo, non proviamo a cambiare. Perché la disperazione porta alla rivoluzione, la disperanza alla rinuncia! Un’acquiescenza che di questi tempi a volte vediamo sfaldarsi, magari affidandosi a una denuncia pubblica tramite un programma televisivo come le Iene. Cosa ci dice questo? Che senza la prova provata, senza la prova spettacolarizzata, la denuncia del mobbing resta lamento. Forse sono da considerare anche retaggi secolari nella parte più antica del nostro cervello, quel rettiliano che ci condiziona ‘a nostra insaputa’ come direbbe qualcuno, ma importanti e responsabili sono anche e soprattutto i primissimi imput che, in un’età in cui il nostro cervello è come creta, e se poggi un dito lasci l’impronta per sempre, spesso con superficialità riceve immagini che fanno il nido, così difficili poi da smontare.. uno per tutti il famoso ‘uomo nero’, ‘femminuccia’ come dispregiativo o ‘maschione’ come complimento. Ogni storia è a sé, ma quando l’azione è rivolta non al singolo nell’ambito lavorativo o nel suo ristretto gruppo sociale, ma colpisce orizzontalmente parti della società solo perché considerate differenti per una qualsiasi ragione, dobbiamo interrogarci sul concetto di differenza e normalità. Ma che cosa vuol dire Normalità? Sono andata a cercare i sinonimi e ho trovato abitudine – regolarità – prassi – consuetudine – ordine. Giuro che mi sono stupita: nulla che riguardi la Natura? Allora normale non vuol dire naturale, come in fondo in fondo si pensa. Se il sinonimo di normalità è consuetudine, è la cultura, non la natura, che decide e definisce cosa sia normale e cosa no. Dunque è una questione di numeri. Se la maggioranza è così o pensa così, questo ‘così’ diventa la normalità, dunque la cosa giusta e chi non la segue è legittimamente bersaglio di mobbing? E no, questa è la consuetudine per noi, per altri gruppi sociali è diverso. Eccola la parola che si oppone a normale: diverso. E qui cominciano i problemi, perché diversità vuol dire pericolo, il diverso si teme, si esclude, si combatte, si elimina addirittura, come la cronaca ci racconta. L’esempio principe dell’essere ‘diverso’ è sicuramente l’omosessualità, e anche chi non reagisce con violenza, troppo spesso si chiede se l’omosessualità sia una cosa naturale. La risposta viene dalla scienza, e chiama in causa proprio quella Madre Natura tanto invocata da chi bolla questa ‘diversità’ come innaturale: l'accoppiamento omosessuale è comune in centinaia di specie animali, nonostante non porti alla riproduzione. Dunque non possiamo dire che è innaturale, anzi,  altro che ‘contro natura’! Riflettiamo piuttosto sul fatto che in tutto il regno animale, l'unica specie in cui coesistono omosessualità e omofobia è quella umana. Invece, in tutte le specie purtroppo troviamo la discriminazione del ‘diverso’ in senso lato: si discrimina chi è malato, persino chi non è in forma, chi si comporta in modo troppo disuguale, chi non s’intruppa, chi fa scelte di vita particolari, magari non allineate con i traguardi più condivisi. Ma da quando è affiorato nella coscienza sociale (o forse solo nel trend sociale) il concetto della tolleranza, ci siamo sentiti più civili, più buoni, più moderni.. certamente meglio dell’intolleranza, ma vorrei approfittare di questa occasione per sottolineare piuttosto che anche  il termine ‘tolleranza’ a mio avviso è pericoloso, in quanto inocula il concetto della prevalenza: io ti tollero nonostante tu sia diverso, nonostante tu non sia ‘normale’ come me. È quanto di più untuoso noi possiamo offrire alla nostra coscienza, che deve accogliere, non tollerare. Invece di discriminare le differenze, dovremmo approfittarne per arricchirci, non aver paura di impoverirci. Proprio la paura arma il mobbing, e l’ignoranza lo permette. Come essere umani sostenuti da quella cultura di cui tanto ci vantiamo, noi avremmo gli strumenti per fare ragionamenti articolati.. ma resta la potenza della cattiva fede. Contro questa, non so che dire. Dato che ho iniziato con i sinonimi, finisco con i contrari: il contrario di ‘diverso’ è ‘uguale’, il contrario di ‘normale’ è ‘eccezionale’. Dunque, anche il vocabolario toglie ogni alibi!  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                              

 

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Il mugugno e il fattore 'G'

22 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

"G" come Genova, la mia città. Una città lunga, distesa ad arco intorno alla sua "Janua", porta stretta che affaccia sul mare. Ma siamo stretti dappertutto.. siamo stretti fra mare e Piemonte, siamo stretti nei vicoli, le vigne hanno lo spazio dei rampicanti, chiamiamo piazze degli slarghi. Viviamo stretti l'uno all'altro e siamo stretti anche nell'esternare, stringati nelle parole e nelle spese. Si vive in sottrazione, a Genova l'eleganza è non farsi notare, più pronti al giudizio che all'entusiasmo. Preferiamo criticare che festeggiare, vuoi mettere la soddisfazione.. È famoso l'accordo degli antichi marinai genovesi che fra le due opzioni, 100 lire e niente commenti, oppure 80 e mugugno libero, sceglievano massicciamente quest’ultima. Potersi lamentare, poter criticare, per noi non ha prezzo. Difficile far cambiare opinione a un genovese, non si fanno sconti né in negozio né nell’anima luterana, che al contempo offre garanzie rare nel nostro Paese: affidabilità diffusa, efficienza puntigliosa, serietà. Esclusi i perditempo. Perché il tempo è denaro, potrei chiosare con una battuta, ma non è questo. È lo spreco che è insopportabile. Fin da piccoli siamo educati anche in famiglie senza grandi problemi o addirittura abbienti, a considerare lo spreco come uno dei peggiori comportamenti, e se si traspone questo a livello dello spreco nazionale, il mugugno sale al cielo, dove scolora la B di Bengodi e si staglia la G di Genova. E nu ghe n’è ciù per nisciun..

 

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Fine-vita basta tifo e ideologie spazio a ragione e scienza

20 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Il Presidente Napolitano chiede un sereno e approfondito confronto di idee sul tema del cosiddetto ‘fine-vita’, ed è quello che tutti ci auspichiamo per dare una base strutturata a eventuali interventi legislativi, che senza fondate indagini e competenti ricerche potrebbero aggiungere problemi invece che risolverli. Ma da qualche anno mi sembra si voglia ridurre il dibattito a uno scontro fra due diverse fazioni, improntate a scelte aprioristiche, con riferimenti alle ideologie e alla fede. Non si ragiona, si fa il tifo, sembra non si voglia saper nulla che possa incrinare il manicheismo a cui sembra obbligatorio adeguarsi. Forse perché c’è una diffusa ignoranza sull’argomento, trattato anche nelle sedi di più alta responsabilità con evidente non conoscenza né dei termini con cui parlarne né dei necessari aggiornamenti sulla materia. Come pensare che possa legiferare bene chi padroneggia male un tema così delicato e così articolato? Fino a cinque anni fa mi sarei automaticamente fidata e avrei sposato senza esitazione ogni iniziativa che permettesse di ‘staccare la spina’ come normalmente si dice.
Oggi, pur mantenendo la stessa convinzione all’autodeterminazione, dopo l’approfondimento sul tema che ho dovuto operare per la stesura di un mio libro che, pur non essendo un trattato ma un romanzo, si muoveva in questo territorio clinico con molte informazioni sul tema, mi permetto di chiedere di abbandonare il tifo e dare spazio alla ragione. Non per gloria ma per giustificare questo mio intervento, aggiungo che il libro in questione “L’uomo immobile” edito da Marsilio, è stato incluso dal Ministero della Salute nel novero delle pubblicazioni che hanno più correttamente divulgato una sindrome clinica, e nei ringraziamenti finali appaiono nomi di accreditati neurologi. In una parola, tutto quello che ho appreso e scritto è scientificamente corretto. Ma noi cittadini, su un tema etico così importante, siamo tenuti in un’ignoranza scientifica tale a cui con facilità e spregiudicatezza la politica può mettere in testa un cappello coi paraocchi, fino ad arrivare a parlare di possibili gravidanze o all’opposto di ‘povere patate’. Che vergogna in tutti e due i casi. Di questi tempi sembra quasi che la Chiesa Cattolica sia più aperta della attuale legislazione italiana. Presentando il prossimo Cortile dei Gentili sul ‘fine vita’ che si terrà il 28 marzo alla Camera dei Deputati, il cardinale Gianfranco Ravasi che ne è l’organizzatore, si è così espresso: “Le questioni bioetiche meritano continui approfondimenti e non è possibile affidarsi, come sovente capita, a slogan e semplificazion
i””. Nel leggere le sue parole, non ho potuto non pensare a chi, dopo aver letto ‘L’uomo immobile’ mi ha chiesto: “Non ho capito se lei è pro-vita o pro-morte..” ProVercelli! ho risposto desolata, in linea con il senso di tifoseria che si è instaurato su questo delicato argomento. Se vogliamo affrontare seriamente l’argomento, dovremmo sapere di che e soprattutto di chi si parla, e se non è certo nostro dovere informarci, è sicuramente un nostro diritto avere informazioni corrette, spesso molto diverse da quelle che circolano abitualmente di bocca in bocca, anche in quelle più autorevoli.. Papa Francesco ci ripete in mille modi che bisogna prestare attenzione alle questioni concrete, che i casi umani devono superare i dibattiti, anche in ambito teologico. Figurarsi in questo complesso campo neurologico, in cui c’è veramente ‘caso e caso’. Seguendo questa linea di pensiero, credo che il primo impegno di uno Stato, mentre si documenta a fondo sulla materia, dovrebbe essere il sostegno alle migliaia di famiglie che in casa, a volte per anni, con infinito amore e infinito sacrificio si occupano di un loro caro. È questa l’emergenza, ma si può capire solo se si considerano questi nostri concittadini malati dei grandi disabili e non degli inutili moribondi.

 

 

Roma – 19 marzo 2014                                                                   enrica bonaccorti

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fine-vita Ma voi sapete quanto può durare il coma?

19 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Devo premettere che la mia personale convinzione rispetto al tema del cosiddetto ‘fine-vita’, è che l’autodeterminazione sia un diritto di ogni individuo. Detto questo, e proprio per questo, credo che intervenire legislativamente su questo tema come auspica il nostro Presidente Napolitano, possa portare ulteriori problemi invece di risolverli, e la prima ragione è la diffusa ignoranza sull’argomento, trattato anche nelle sedi di più alta responsabilità con evidente non conoscenza né dei termini con cui parlarne né dei necessari aggiornamenti sulla materia. Come pensare che possa legiferare bene chi non padroneggia un tema così delicato e così articolato? Fino a cinque anni fa mi sarei automaticamente fidata e avrei sposato senza esitazione ogni iniziativa che permettesse di ‘staccare la spina’ come normalmente si dice. Ora invece, rimanendo sempre convinta che l’unico padrone della nostra vita siamo noi, mi permetto dei severi distinguo dopo l’approfondimento sul tema che ho dovuto operare durante la stesura di un libro che, pur non essendo un trattato ma un romanzo, si muoveva in questo territorio clinico dando molte informazioni sul tema in questione. Non per gloria ma per giustificare questo mio intervento, devo aggiungere che il libro in questione “L’uomo immobile” edito da Marsilio, è stato premiato dal Ministero della Salute nel novero delle pubblicazioni che hanno più correttamente divulgato una sindrome clinica, e nei ringraziamenti finali appaiono i nomi dei più accreditati neurologi nel nostro Paese. In una parola, tutto quello che ho appreso e che ho scritto è scientificamente corretto. C’è da dire che noi cittadini, su un tema etico così importante, siamo tenuti in un’ignoranza scientifica tale a cui con facilità e spregiudicatezza la politica a caccia di voti può mettere in testa un cappello coi paraocchi, fino ad arrivare a parlare di possibili gravidanze o all’opposto di ‘povere patate’. Che vergogna in tutti e due i casi. Ci sono quasi 5.000 famiglie in Italia che ‘coltivano patate’ in casa, con enorme amore e sacrificio, e con esigui aiuti dallo Stato. Se vogliamo affrontare seriamente l’argomento, dovremmo sapere di che e soprattutto di chi si parla, e se non è certo nostro dovere informarci (a me è capitato potrei dire per caso) è sicuramente un nostro diritto avere informazioni corrette. Che sono molto diverse da quelle che circolano abitualmente di bocca in bocca, anche in quelle più autorevoli. Un esempio per tutti: fino a cinque anni fa se mi avessero chiesto quanto può durare il coma, avrei risposto che non si può sapere, oppure che si può restare in coma per anni, anche per tutta la vita. Ora conosco la risposta giusta, quella non per sentito dire, ma scientifica, e ovviamente la scienza è più precisa: il tempo del coma è al massimo di tre, quattro settimane. Poi o muori, o esci dal coma per entrare in una delle varie forme di stato vegetativo, con un ampio ventaglio di variabilità dei livelli di coscienza. All’inizio pensavo di avere capito male, poi ho pensato a un mero problema di termini (il che non è, sono stati molto diversi, così come anche la percezione delle parole ha pesi differenti..) poi, man mano, sul campo, confrontandomi con decine di neurologi e frequentando istituti e pazienti, ho capito tanto altro.. Potrei aggiungere molte ragioni di stupore nel percorso del mio approfondimento sul coma e sulle sindromi collegate al suo superamento, ma quello che maggiormente ho capito è che non possiamo tranciare opinioni senza aver avuto le informazioni corrette dalle giuste fonti. Dove le possono trovare i cittadini? Purtroppo non mi sembra nei media, dove dall’uso approssimativo dei termini ai toni dell’approccio all’argomento, opposti a seconda dei ‘credo’, s’ingenerano confusioni e e si accendono crociate, mentre noi cittadini siamo lasciati in balia di reazioni emotive e ideologie, deprivati degli strumenti del ragionamento. Credo che solo la Fede abbia il diritto di superare i ragionamenti terreni. Eppure in questi tempi sembra che proprio la Chiesa Cattolica sia più aperta della attuale legislazione italiana. Presentando il prossimo Cortile dei Gentili sul ‘fine vita’ che si terrà il 28 marzo alla Camera dei Deputati, il cardinale Gianfranco Ravasi che ne è l’organizzatore, così si è espresso: “Le questioni bioetiche meritano continui approfondimenti e non è possibile affidarsi, come sovente capita, a slogan e semplificazioni”. Nel leggere le sue parole, non ho potuto non pensare a chi, dopo aver letto ‘L’uomo immobile’ mi ha chiesto: “Non ho capito se lei è pro-vita o pro-morte..” ProVercelli! ho risposto desolata, in linea con il senso di tifoseria che si è instaurato su questo delicato argomento. Non si ragiona, si fa il tifo, diretta conseguenza di sbandierare opinioni senza avere le informazioni, e spesso ho la sensazione  neppure si cerchi di conoscerle, che non si voglia saper nulla che possa incrinare il manicheismo a cui sembra obbligatorio adeguarsi. Ma oltre la conclamata ignoranza, la materia è così articolata e variegata che le inevitabili rigidità di una legge non potrebbero dare le soluzioni capillari che migliaia di casi di questo tipo richiedono. Persino papa Francesco ci ripete in mille modi che la realtà deve andare oltre la teoria, che bisogna prestare attenzione alle questioni concrete, che i casi umani devono superare i dibattiti, anche in ambito teologico. Proprio seguendo questa linea di pensiero, credo che il primo impegno di uno Stato dovrebbe essere il sostegno alle migliaia di famiglie che in casa, a volte per anni, con infinito amore e infinito sacrificio si occupano di un loro caro. È questa l’emergenza, ma si può capire solo se si considerano questi nostri concittadini malati dei grandi disabili e non degli inutili moribondi. In questo campo la scienza continua a fare veloci passi avanti, tanto che la tecnologia più sofisticata può misurare le emozioni provate da chi non ce le può più comunicare, dimostrando che l’assenza dell’evidenza non sempre è l’evidenza dell’assenza. Ma dimostrando soprattutto che c’è caso e caso, e che noi dobbiamo pretendere che la nostra situazione clinica sia indagata con tutti gli strumenti che la scienza oggi ci mette a disposizione, in mano a medici aggiornati e senza filtri ideologici. Anche per dare le più corrette informazioni ai familiari, anche per  arrivare a capire la più corretta via per gestire la situazione. Applicando la legge del BS.I. il Buon Senso Informato, in attesa che si capisca come poter legiferare su una realtà così articolata, misconosciuta e in trasformazione. Intanto studiamo..

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IL MERITO

8 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

La formula del talent è già intrinsecamente legata al concetto di merito, ed è stata svolta con successo in varie declinazioni monotematiche, dalle classiche espressioni artistiche del ballo, canto e ora anche scrittura, alle più consuete attività sociali, la cucina, l’abbigliamento, la forma fisica, l’imprenditoria. In ognuno di questi campi il percorso per arrivare alla meta si basa sulla competenza e sul risultato, dunque essenzialmente sul  merito. Certamente può essere un aiuto avere doti come la bellezza, la spigliatezza o una qualsiasi particolarità accattivante, ma anche il saperle gestire in modo appropriato rientra nel concetto di merito. Questo è il punto: rivalutare il merito come prima pietra di paragone in ogni forma di attività, farlo tornare a essere la pietra filosofale cui tutti tendono, mentre oggi viene spesso vissuto come pietra di zavorra. Pietre preziose sono considerate le conoscenze, non la conoscenza! Sappiamo quanto il medium più invasivo, lo schermo che abita con noi in tutte le nostre case, sia determinante, quasi contagioso per i comportamenti sociali. Credo sia arrivato il momento di approfittarne per dare finalmente modelli positivi, una spinta a capire che si arriva alla meta con l’approfondimento, la dedizione, il rispetto di ciò che si vuole raggiungere. Ed è il merito il talento più poliedrico, ma ci vuole lavoro e concentrazione. Per alcuni sarà più dura, per altri meno, a seconda delle doti di base da cui si parte. Ma un talent che esalti la capacità onesta che porta al risultato, è una gara per essere migliori, non primi. Perché il vero premio è diventare migliori.

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La Presidenta

8 Marzo 2014 , Scritto da enrica bonaccorti

Mi pare che il nostro Paese, che qualcuno vedeva come un’azienda, somigli più a  una famiglia litigiosa, sempre più allargata, parenti serpenti da tutte le parti..
Se il Presidente della Repubblica possiamo vederlo come il Pater familias che controlla, s’informa, interviene per tenere unito il nucleo familiare, è il Presidente del Consiglio il motore della casa, quello che dà la spinta e la direzione, che decide come amministrare le entrate, che sceglie chi è opportuno frequentare, quali regole seguire.. praticamente una moglie! Centinaia di milioni di donne sanno che è sulle loro spalle che la famiglia trova equilibrio, arriva a fine mese, fa crescere i figli, si presenta al mondo. Da sempre sono le donne il vero ‘sesso forte’, e gli uomini forti lo sanno. Ma se queste possono essere definite ‘opinioni’, sono ormai molte le pubblicazioni scientifiche che certificano differenze di genere significative nel cervello, la maggior parte a favore del genere femminile che abita il nostro pianeta. Lo abita ma non lo governa. Anzi... Eppure dalle indagini risulta che le donne sono meno corruttibili, nei test sono risultate nettamente migliori nella memoria e nel linguaggio, è dimostrato che nelle classi di sole ragazze il livello di apprendimento è migliore e più veloce, che con l’età le abilità mentali diminuiscono più negli uomini che nelle donne..
La lista delle “differenze significative” a favore della parte femminile del pianeta potrebbe continuare, ma lascio spazio a quelle della parte maschile: maggiore massa muscolare, migliore senso dell’orientamento, maggiore capacità di distinguere le forme geometriche. A un Premier saranno certamente utili anche queste doti, ma se tutte le altre sono più frequenti nel genere femminile, come mai è sempre così difficile far accomodare delle signore su questa e altre poltrone?

 

 

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Avere naso è importante...

24 Giugno 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

“…un gran naso è propriamente l’inizio di un uomo affabile, buono, cortese, spiritoso, coraggioso come son io.” Così ribatteva orgoglioso Cyrano de Bergerac a chi lo derideva per ‘tale appendice’, e avrebbe anche potuto citare l’Eneide, in cui Virgilio ci racconta come nell’antichità un gran naso fosse sinonimo della più rigogliosa sessualità maschile, tanto che agli adulteri veniva amputato proprio il naso! In ogni caso, più clementi di Lorena Bobbit.

Ma quella crudele usanza era solo la metafora di un’antica ignoranza, o l’intelligente premonizione delle più recenti scoperte? Sicuramente ‘la seconda che ho detto..’ visto che la scienza ha individuato il ruolo di quei messaggeri chimici del desiderio sessuale che si chiamano ferormoni, sostanze primitive, inodori, di difficile misurazione, ma che vengono catturate proprio dall’organo vomero-nasale che le invia nella parte più antica del nostro cervello. È in quel limbo di emozioni che si decide il nostro approccio fondamentale alla vita, dunque dovrebbe essere il nostro sistema olfattivo il senso più determinante fra i cinque che l’uomo ha codificato. Invece, è il senso più dimenticato.

Da quando abbiamo abbandonato le ‘quattro zampe’ per la posizione eretta, è la Vista che ha conquistato il predominio, è a questo senso che affidiamo le nostre scelte, le reazioni, le valutazioni. Forse per questo sbagliamo tanto?  

Oggi si fa di tutto per far scomparire gli odori naturali, deodoranti e profumi mascherano stanchezze, paure, attrazioni.. Uno psicologo olandese, Piet Vroon, nel suo saggio ‘Smell’ ci avverte che ormai “anche il cervello risponde diversamente al bombardamento di stimoli chimici: quando annusiamo qualcosa di piacevole, ciò non innesca più azioni dirette o comportamenti legati all’eros”.  Sembra che nella società contemporanea i ‘fibrillatori’ siano sempre meno di origine naturale: ci emoziona di più un tramonto viola o gli infrarossi che ci permettono di vedere immagini nel buio più fitto? Due gocce di Chanel n.5 ci danno più o meno brividi di due stille di rugiada?

I segnali sociali ci dicono che vincono gli infrarossi e il profumo.

Ma c’è un momento nella vita in cui questo senso riconquista il suo predominio: è l’età neonatale, in cui l’odore di mamma è il primo e il più importante segno di riconoscimento per il bambino. Quando gli altri sensi sono ancora deboli, è l’olfatto a indicare al neonato la madre. Quel “odore di mamma” si imprimerà nella sua memoria per sempre, lasciando una traccia emotiva precisa e profonda. In ogni caso, sotto il profilo biologico ma anche culturale, dispiace assistere impotenti alla progressiva atropia di questo senso, che ancora oggi potrebbe aggiungere preziosi elementi di valutazione. Per esempio: l’audience sarebbe la stessa se la televisione emanasse anche gli odori? E osando di più, chissà se la storia del mondo sarebbe stata eguale se avessimo potuto annusare gli uomini che l’hanno fatta…

 

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Fumo e non fumo

6 Giugno 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Fumo da oltre quarant’anni. Ho bruciato una montagna di tabacco, per i primi dieci anni rigorosamente nero e senza filtro, oltre a colla, carta e chissà cos'altro che ha sicuramente cambiato colore ai miei polmoni. Ho bruciato anche una montagna di soldi che avrei potuto spendere meglio. Con le sigarette ho bruciato anche il tempo, tutto il tempo passato a cercarle, accenderle, spegnerle, pulirne le tracce, pensarle.. Insomma un bel falò dei più grandi tesori: salute, tempo e soldi. Così mi descrive lucidamente la situazione il mio emisfero di sinistra. Ma in altri anfratti neuronali le sinapsi danzano e intrecciano operazioni mentali più complesse che rispondono a stimoli non solo di tipo chimico. Per esempio la compagnia del gesto, le mani che scelgono, stringono, gettano, i milioni di baci di carta per succhiare quel sapore d’aria solo tua, come fosse il latte di un tempo. E ancora l’abitudine al rito, al gusto, alla ripetizione, all’illusione cristallizzata di quella sensazione lontana delle prime volte, quando a ogni boccata una vocina dentro ti sussurrava: “Io sono grande, forte, indipendente, fumo come gli adulti, come i dannati del cinema, come le dive …” Tutto questo non si dissolve per un divieto, lo dovremmo sapere bene alla luce della storia che ci ha sempre mostrato il fallimento dei vari proibizionismi. Quello che forse aiuterebbe noi fumatori sarebbe piuttosto la grazia. Non solo quella divina (un bel miracolo e da domani fumare mi fa schifo.. magari!) piuttosto la grazia degli uomini, fra gli uomini, in cui si può sperare solo se chi ci governa riesce a organizzare un passaggio morbido dalla pirateria selvaggia in cui abbiamo vissuto tutti finora (e di cui hanno sofferto soprattutto i non-fumatori) a un territorio misto, in cui dividersi gli spazi con civiltà, e senza occhiate torve di giudizio da una parte né prevaricazioni prepotenti dall’altra.

Ma se da un lato lo Stato ricava da chi compra sigarette una sostanziosa percentuale, dall’altra sarebbe logico e giusto che garantisse alle stesse persone la possibilità di godere di questo acquisto, e non come ‘carbonari’ o bambini cattivi. Gli spazi pubblici sono a disposizione di tutti i cittadini, credo, fumatori e non. Certo, non è mai facile organizzare e pianificare, meno che mai in Italia, ma quello che serve, a chi fuma e a chi non fuma, è Informazione e Organizzazione, non Terrorismo e Divieti. Senza dimenticare la grazia...

PS. Sulla sigaretta finta non mi esprimo, non mi sento sufficientemente informata sulla sua nocività o meno. Certo che se non contiene nicotina, mi pare curioso vietarla. Non è che dà fastidio persino vedere chi fa finta di godersi una finta sigaretta? E se non è il tabacco che brucia a provocare quella nuvoletta, non si potrebbero usare sostanze così sane da far diventare quell’aggeggio una sorta di aerosol portatile? Ripeto, non so come funzioni e vado di fantasia, ma torno alla realtà con un aneddoto: io non bevo alcol, da anni l’unica bevanda con cui accompagno i miei pranzi, a parte l’acqua, è la birra analcolica, che ormai tutte le grandi marche italiane e internazionali hanno in produzione. La trovavo al bar della Rai e quando pranzavo lì la prendevo. Ma un giorno mi dicono che non possono più venderla, una circolare aveva notificato il divieto di alcol. È stato inutile dire e ripetere che quella birra non ne conteneva, e pur essendocene alcune confezioni a vista, ho potuto bere solo acqua perché ‘A noi c’hanno detto anche la birra’. Ma se si chiama ‘birra analcolica’.. se si chiama ‘sigaretta elettronica’.. dov’è l’alcol, dov’è la nicotina’? Sempre pronta a cambiare idea, ma aiutatemi a capire.

 

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il dolore e la responsabilità

5 Giugno 2013 , Scritto da enrica bonaccorti

Non si sa più per cosa disperarsi. Hai ancora sul cuore il macigno per l’ultima ragazzina che non diventerà mai donna, che vieni sommersa da una gragnola di altre tragedie, un bambino bellissimo che nasce abbandonato, un altro bambino bellissimo che muore dimenticato.. E il dolore non è un chiodo che si schiaccia e scompare se ne arriva un altro, il dolore si assomma. Ma oltre la sofferenza, c’è un pericolo che si chiama abitudine, che confina con l’assuefazione, che porta alla rassegnazione.. Certo, non si può protestare contro il dolore, ma lavorare per cambiare certa cultura che porta a questi e altri danni, sì. Le donne che hanno il cuore piccolo come il mio nel sentire al Telegiornale che l’ennesimo uomo uccide l’ennesima donna, se sono madri di figli maschi se lo ricordino sempre, a ogni parola che esce dalle loro bocche, anche quando i bambini sono piccolissimi. Una frase che per noi è una battuta innocua, nel cervello plastico di un bimbo si incista per sempre, senza i filtri adulti dell’ironia e dell’iperbole. “Chissà quante fidanzatine avrai..” o “Queste sono cose da femminucce..” dà connotazioni negative e gregarie al mondo femminile, che possono essere trampolini per quei comportamenti che purtroppo conosciamo bene. Non è un’opinione, sono le indagini scientifiche a dircelo. Così come l’esempio che dà una madre nell’occupare il suo posto in casa, sarà l’impronta che il suo bambino percorrerà per tutta la vita. Sì, ancora una volta la responsabilità e il lavoro più pesante è sulle nostre spalle.. siamo noi donne che forgiamo il mondo. E più ne saremo coscienti, più il mondo potrà migliorare. 

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