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Pubblicato da Overblog

7 Marzo 2019 , Scritto da enrica bonaccorti

L’8 marzo 1998 ho indossato un burqa nel centro di Roma, a piazza Colonna, sul marciapiede di fronte alla Galleria Sordi. Ero irriconoscibile, completamente nascosta dal burqua, una grata di stoffa violacea davanti agli occhi, mi sentivo soffocare, vedevo male, ero impacciata nei movimenti. Così nascosta abbordavo i passanti dicendo che volevo far conoscere la situazione in cui si trovano le donne in certi Paesi, e proponevo di provare a indossarlo. La reazione più frequente era quella di affrettare il passo, gli uomini strattonavano le donne che volevano provarlo. 

Nel 1998 non se ne parlava quasi, ma Bia Sarasini, la direttrice di “Noi Donne” per cui scrivevo, dette ampio spazio a quello che allora sembrava troppo lontano e ora ci sembra fin troppo vicino, e mi chiese di interpretare la donna velata e raccontare poi le mie impressioni. Di quei momenti sotto il burqa, oltre alla pesantezza, l’impaccio, e soprattutto l’asfissia, ricordo qualcosa di ancor meno piacevole: la netta sensazione che non si voleva sapere, conoscere, capire.. ma solo scappare. Come quando i bambini chiudono gli occhi per far sparire la realtà. Troppo a lungo siamo rimasti a occhi chiusi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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